A cura di Emilio Siciliano

“Sergio Mattarella, un Presidente solo en la tormenta”
EL PAÍS, 26 Dicembre 2021

Il 6 Gennaio del 1980 a Palermo piove. Sotto la pioggia ballonzola un uomo dallo sguardo di ghiaccio, ha una rivoltella calibro 38 in mano e spara, “un robot che sparava come se sparasse a una pietra o a una sedia”. Ma i colpi in realtà annegano nel sangue, rosso come il dolore, che sgorga impietoso sulle mani dell’amore. Irma Chiazzese è immobile, suo marito riverso sulle sue gambe, con le sue mani prova a proteggerne il volto, ferito dal male irrefrenabile che ha inghiottito la Sicilia.

“Zio, corri giù, c’è stato un incidente a papà”, chiama Bernardo. E allora corre e si trova davanti la morte, che chiamata dal male assolve al suo compito. Trascina il corpo via dall’auto. Sergio Mattarella abbraccia per l’ultima volta suo fratello Piersanti, mentre un dolore rosso si mischia alla pioggia e con esso affoga la vita.

 

È il 3 Febbraio del 2015, trentacinque anni dopo. Suonano le campane di Montecitorio. È stato eletto il nuovo Presidente della Repubblica. 665 volte la Presidente della Camera, Laura Boldrini, legge il nome del Giudice della Corte Costituzionale, Sergio Mattarella.

 

“Avverto pienamente la responsabilità del compito che mi è stato affidato. La responsabilità di rappresentare l’unità nazionale innanzitutto. L’unità che lega indissolubilmente i nostri territori, dal Nord al Mezzogiorno. […] Parlare di unità nazionale significa, allora, ridare al Paese un orizzonte di speranza. Perché questa speranza non rimanga un’evocazione astratta, occorre ricostruire quei legami che tengono insieme la società. […] Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani: […] storie di donne e di uomini, di piccoli e di anziani, con differenti convinzioni politiche, culturali e religiose. Questi volti e queste storie raccontano di un popolo che vogliamo sempre più libero, sicuro e solidale. Un popolo che si senta davvero comunità e che cammini con una nuova speranza verso un futuro di serenità e di pace. Viva la Repubblica, viva l’Italia!”

 

I capelli bianchi, lo sguardo immerso in un azzurro gentile, la voce puntuale, precisa, sontuosa. Le parole che il signor Presidente della Repubblica scandisce, rappresentano un messaggio pregno d’amore per la vetta della Repubblica, da cui si veglia su fragili e sfuggenti equilibri.

 

Inizia un settennato dal silenzio rumoroso, sacrale. Un rapporto quasi romantico con la Carta, mai oltrepassata, rispettata sin nei suoi contorni più grigi, più ineffabili. Il Presidente Mattarella osserva, dall’altura più immacolata, la crisi della Repubblica: che divampa nelle diseguaglianze, che urla e che come ventitré anni prima, manda un segnale chiaro al Palazzo. Avanza la pancia, perché la testa è annebbiata da un futuro grigio, austero, che nulla sembra promettere e tanto sembra minacciare. Gestisce la crisi istituzionale più lunga della storia dell’Italia repubblicana, attraversata da momenti drammatici: il rifiuto del professor Paolo Savona come Ministro dell’Economia e delle Finanze, il blocco della formazione del Governo Conte I e la successiva richiesta di messa in stato d’accusa. La politica scatena le piazze contro l’Istituzione più sacra. Ma l’Istituzione resiste. Perché è il Quirinale a fare da punto di sintesi, da equilibrio supremo alle lacerazioni devastanti che corrono lungo la Penisola.

 

È l’uomo che guida l’Istituzione a fare da perno. Temprato da un dolore insostenibile, tradotto in una strenua vocazione per lo Stato, per la Repubblica. 3 volte ministro, 7 volte parlamentare, giudice sotto le statue imperiose della Giustizia e della Religione.

 

E poi la pandemia, l’attacco estremo a quel “patto costituzionale che mantiene unito il Paese e che riconosce a tutti i cittadini i diritti fondamentali e pari dignità sociale” che il Presidente aveva giurato, davanti al conclave laico – il Parlamento in seduta comune – di voler confermare e difendere. La morte invisibile che è sopraggiunta sul Paese, la scure dell’iniquità, della povertà, dell’infelicità che si abbatte ineluttabile sugli Italiani.

In Europa in tanti parlano di guerra, di mobilitazione. Il Presidente Sergio Mattarella no, mai. La Carta ripudia la guerra. Serve “concordia, unità di intenti nelle istituzioni, nella politica, nella società”. “Possiamo e dobbiamo avere fiducia nell’Italia”.

 

È il 25 Aprile 2020. La città più bella del mondo è vuota, immersa in un silenzio sublime e terrificante. Risuonano soltanto i passi di Sergio Mattarella, che risale le scale dell’Altare della Patria per deporre una corona d’alloro sulla tomba del Milite Ignoto. Sventolano i tricolori, il silenzio sovrasta anche le trombe. Lui è lì fermo e regale, squarcia a passo lento e dolorante l’Italia del vuoto. Con le spalle larghe di chi sa cosa vuol dire sorreggere il dolore. Un dolore mai urlato, un dolore taciuto, riservato, nascosto come ne L’Assiuolo di Giovanni Pascoli.

È la sintesi di un settennato mai oltre le righe, mai popolare proprio perché sacrale, e quindi rispettato da tutti – nessuno escluso. È uno dei Presidenti più amati della storia della Repubblica Italiana. Tutto si concentra nelle mani dell’amore: questa volta non più rosse come il dolore ma gonfie per gli applausi, scroscianti ogni volta che il Presidente appare in pubblico. Un popolo che ringrazia, ringrazia per la moderazione, per l’attenzione, per la sobrietà, per l’equilibrio, per la gentilezza con cui ha guidato il Colle dove dimora l’Italia che si oppose alla guerra, alla dittatura e alla morte.

 

“È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini”.
Negli anni della crisi più profonda del patto sociale italiano, svettava alto il primato della Costituzione. “L’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, […] È la Carta della propria libertà. La Carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.” diceva Piero Calamandrei in un celebre discorso a Milano nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955. E ancora sempre Calamandrei affermava – rivolto alle giovani generazioni  “Dietro ogni articolo di questa Costituzione o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi quando vi ho detto che questa è una Carta morta: no, non è una Carta morta.”

 

Grazie al Signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per essere stato il più coraggioso interprete di queste parole, il più strenuo difensore di una Carta non morta, che tra le sue righe disegna una figura, quella del Presidente, tra le più sfuggenti dell’ordinamento costituzionale, cangiante in base all’inquilino del Quirinale. Molte volte questa indefinitezza ha generato storture, tentate o riuscite. Questa volta solo immensa deferenza.

 

E nelle parole del discorso di fine anno, l’ultimo saluto, il sipario che cala su questi sette anni. Il desiderio di “trasmettere un sentimento di fiducia e gratitudine a chi era in prima linea” e l’appello commovente a noi giovani “portatori della loro originalità, della loro libertà […]”. “Non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società”.

 

Con la promessa di accogliere il Suo appello – Signor Presidente – La ringraziamo, noi, per aver rispettato intimamente quella Storia d’Italia che troppe volte diamo per assodata, di cui dimentichiamo i sacrifici, i volti. È stato un sacerdote con fede quella del destino di un popolo e noi siamo pronti a prenderci quel futuro e destino che Lei ha protetto dall’alto della Repubblica.

 

Viva l’Italia, viva la Repubblica.