In questi giorni una notizia ha scosso le vite di tantissime persone in tutto il mondo.

Lunedì 25 maggio a Minneapolis il 46-enne afroamericano George Floyd è stato bloccato da quattro agenti della polizia.

George è morto sotto al peso del ginocchio di un agente che gli premeva sul collo, impedendogli di respirare, mentre implorava di non ucciderlo.George è morto lentamente, indifeso, invocando la madre e implorando di lasciarlo respirare, di non ucciderlo.

La scena agghiacciante è stata ripresa da diversi passanti che, oltre a tentare di far ragionare i poliziotti, hanno potuto fare ben poco. È sconvolgente la loro impotenza. Di fronte a questo abominio non hanno potuto far altro che urlare ai poliziotti di lasciarlo andare. È sconvolgente l’arroganza di questi ultimi, e come ignorino le implorazioni.

“George Floyd
A riguardo dell’omicidio per soffocamento durante l’arresto”
Illustrazione di
Stefano Tartarotti

Non è la prima volta che la polizia di Minneapolis viene accusata di razzismo e uso eccessivo della forza, soprattutto dai residenti afroamericani.

La vicenda di George Floyd, l’ennesimo caso di discriminazione e violenza da parte delle forze dell’ordine, ha riacceso la rabbia e l’indignazione di molti verso azioni di stampo razziale. La comunità di Minneapolis ha organizzato, dalla sera del 26 maggio, proteste nei confronti la polizia locale e, ad oggi, sono almeno 140 le città nelle quali sono iniziate manifestazioni.

Le ultime parole di George ne sono diventate lo slogan.

I can’t breathe

Le manifestazioni contro il razzismo sono eventi ricorrenti negli Stati Uniti d’America. Per citarne alcuni esempi, nel 1965 Los Angeles vide per sei giorni una sommossa che produsse 34 morti e 1032 feriti; nel 2015 a Baltimora quattro giorni di protesta portarono alla morte di Freddie Gray, 34 arresti, 15 poliziotti feriti. La lista è ancora molto lunga.

Il razzismo e la prepotenza della polizia non sono presenti solo negli Stati Uniti, ma perché proprio in questo Stato le proteste sono così diffuse e sentite?

La ragione è storica e sociale. Negli Stati Uniti d’America il razzismo non era solo un pensiero o un’ideologia di discriminazione verso un determinato gruppo di persone. Era legge. Questo fino al 1963, quando John Fitzgerald Kennedy, spinto dalle proteste della comunità di colore, chiese al Congresso di emanare leggi che garantissero uguaglianza, in particolare riguardo al voto. Nel 1964, poi, venne emanato il Civil Rights Act.

Sono passati 56 anni da quel momento storico, e anche se a livello legale la parità dei diritti civili è tutelata, a livello sociale la stratificazione razziale continua a manifestarsi nelle occupazioni lavorative, in campo salariale, nella ricerca delle abitazioni, nell’istruzione, nella suddivisione delle città e ovviamente i pregiudizi sono ancora molto diffusi nella popolazione.

Quando la struttura stessa del sistema si basa sulla discriminazione, si parla di razzismo sistemico che, soprattutto dagli anni duemila, privilegia una parte della popolazione in maniera poco esplicita ma reale.

Per quanto riguarda la morte di George Floyd, sono davvero poche, e forse non abbastanza valide, le parole che potrebbero descrivere la crudeltà di questo triste avvenimento, ma riflettere su ciò che è accaduto è essenziale.

“Quell’uomo non sarebbe dovuto morire. Essere un nero in America non dovrebbe essere una sentenza di morte” dichiara Jacob Frey, sindaco di Minneapolis.

Il razzismo è da sempre presente nella nostra società. Da alcuni è più sentito mentre altri lo negano, ma è reale e nessuno può più permettersi di ignorarlo. Se questi mesi ci hanno convinti che il coronavirus abbia unito e avvicinato le persone, in questi giorni ci siamo resi conto di come, sfortunatamente, sia stata un’illusione. Non si può mai abbassare la guardia verso tematiche ti questo tipo.

È necessario conoscere e ricordare quello che accade, informarsi e comunicare, discutere e diffondere la cultura dell’uguaglianza e così sconfiggere il razzismo in tutte le sue forme.

È importante ricordarci sempre che dietro ad ogni volto c’è una storia, c’è una persona che come ognuno di noi vive, soffre, lotta per i propri sogni e in qualche modo ci assomiglia.

Nell’immedesimarsi, nell’andare oltre alle apparenze e alle convenzioni sociali si sconfiggono i pregiudizi. Un’azione spesso dimenticata ma che potrebbe davvero cambiare la società. Immedesimarsi negli altri, domandarsi come ci sentiremmo al posto degli indifesi e lottare per i loro diritti contro le ingiustizie. Tutto questo è necessario per sviluppare una società giusta.

Forse abbiamo perso la fiducia nelle parole e nella loro forza. Questi argomenti devono essere parte della nostra società così da ricordare ad ognuno la propria umanità e di non abbassare la guardia perché il razzismo, il sessismo e ogni forma di discriminazione non cesseranno di esistere solo venendo ignorati. Averne coscienza è l’imprescindibile primo passo.

George ormai, come molti altri in America e nel mondo, è morto. L’unica cosa che possiamo fare per lui è ricordarlo. Ricordare cosa è successo il 25 maggio ogni volta che si assiste ad azioni discriminatorie, azioni di razzismo verbale o fisico. Ma soprattutto possiamo non restare indifferenti, possiamo agire, per quanto possibile.

Nessuno può sentirsi escluso, siamo tutti chiamati a prendere parte nel nostro piccolo a questa lotta. Qualsiasi la nazionalità, qualsiasi il colore della pelle. La società è una sola ed è composta da ogni individuo, che sia uomo o donna, che sia “bianco”, “nero”.

Ogni volta che qualcuno con la possibilità di fare la differenza non agisce, diventa responsabile lui stesso per le ignobili azioni degli altri.

Agli uomini, come alle donne, viene chiesto di avere decenza umana e di chiedersi se, di fronte ad atti razzisti o in generale discriminatori, abbiano fatto qualcosa per evitare quella situazione o se possano fare qualcosa per migliorarla. Perché lavarsi le mani difronte alle ingiustizie rende complici come chi le compie.

È evidente la complessità del problema: cresciamo circondati da un’atmosfera di squilibri di potere ma non bisogna avere paura di alzare la voce per l’uguaglianza e per la verità.

Credere che bianchi e neri debbano avere pari diritti è una condizione imprescindibile per una società democratica, ma non sufficiente a renderla tale. Per questo ognuno deve impegnarsi e non sentirsi preso in causa solo perché il problema non lo riguarda personalmente.

George Floyd ormai è parte della storia. Una storia che lunedì 25 maggio è stata macchiata da un atto di violenza abominevole.

George, come molti altri, è morto ingiustamente e nessuno può negarlo. Lui non tornerà, ma la sua morte non sarà vana se servirà a risvegliare l’umanità delle persone.

“Nella nostra società non è abbastanza non essere razzisti, dobbiamo essere anti-razzisti”

-Angela Y. Davis

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Anna Sedioli