Il 26 Aprile del 1920, a Washington, il Grande Dibattito tra Heber Curtis e Harlow Shapley segnò l’inizio dell’astrofisica moderna. L’argomento del contendere era l’universo, come era fatto e quali erano le sue dimensioni. Ai tempi come ancora oggi, la domanda cruciale fu: “Quanti universi esistono?”

In 100 anni sono nate numerose teorie ed ipotesi.

Oggi abbiamo a che fare con due universi metaforici. Sono opposti, potremmo dire paralleli, e proprio qua sulla Terra.

Parliamo ancora una volta di Covid-19, o Covid nitton come viene chiamato in Svezia, uno degli “universi” su cui ci affacceremo. L’argomento è la reazione alla pandemia in corso.

In questo momento la Svezia si trova in controtendenza rispetto agli altri Paesi che stanno affrontando lo stesso problema. Il governo di Stoccolma, infatti, ha puntato su un approccio del buon senso: proteggere gli anziani e le categorie a rischio, lasciando però che il virus si propaghi in modo per quanto possibile sostenibile; non imporre severe limitazioni, ma affidarsi alla responsabilità dell’individuo.

Negozi, bar, ristoranti, luoghi pubblici e scuole elementari rimangono aperti al pubblico. Sono invece chiuse le scuole secondarie e le università, e sono vietati gli assembramenti superiori a 50 persone. Nel frattempo, il governo raccomanda lo smartworking e promuove campagne di informazione sia sul virus che sulle precauzioni per evitare il contagio.

È particolare il fatto che non si tratti di una scelta meramente economica.

Queste misure giovano sicuramente alla situazione finanziaria del Paese, che non subirà i duri effetti di un lockdown e difficilmente dovrà affrontare in modo diretto una crisi economica. Ma la decisione non arriva né dal Ministro dell’Interno né dal Ministro per l’economia. Arriva dall’Agenzia di Sanità Pubblica, che in Svezia ha a tutti gli effetti più potere del ministero su questo tipo di decisioni.

In altre parole, la convinzione che queste misure siano sufficienti a combattere l’epidemia non è supportata non solo da aspetti politico-economici, come inizialmente succedeva in Inghilterra e Stati Uniti, ma anche dalle autorità in campo medico.

Il virologo Anders Tegnell dell’Agenzia di Sanità Pubblica durante un’intervista sugli sviluppi legati all’epidemia, il 9 Aprile 2020 a Solna, Svezia
Foto di Jonathan Nackstrand

Al di là di questo, l’approccio di per sé resta discutibile.

Si poteva, anzi si doveva, fare di più. Su questo i dati parlano chiaro. Il tasso di mortalità in Danimarca, Norvegia o Finlandia è nettamente inferiore rispetto a quello svedese, e, per quanto la situazione ospedaliera sia per ora sostenibile, l’incidenza del contagio tocca cifre di giorno in giorno più preoccupanti.

Guardiamo invece al secondo dei nostri due “universi”.

In Italia troviamo un contesto demografico decisamente affollato, un contesto in cui il metodo svedese non sarebbe assolutamente applicabile. La Svezia, a differenza del Bel Paese, è poco popolosa e presenta una bassa densità abitativa: la popolazione è raccolta in piccoli centri abitati a grande distanza, e non si sono mai formate grandi metropoli paragonabili a Milano o Roma.

Le restrizioni che la Svezia può (forse) permettersi di schivare hanno salvato la vita di molti nel nostro Paese. Se non fossero state varate, gli effetti della pandemia in Italia sarebbero stati inimmaginabili. Devastanti probabilmente.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella depone una corona d’alloro sulla Tomba del Milite Ignoto, nel 75° anniversario della Liberazione, 25 aprile 2020
Foto di Paolo Giandotti

Ciò che è indubbiamente interessante da un punto di vista italiano non è legato alle misure messe in atto, ma allo stretto rapporto di fiducia governo-cittadino che queste implicano. Su questo abbiamo ancora molto da imparare.

In Svezia il governo si fida completamente del cittadino e il cittadino si fida completamente del governo. In Italia siamo all’estremo opposto.

L’italiano sente la necessità di trovare un’altra via alla legalità, di criticare ciecamente il politico di turno, di improvvisarsi esperto in qualsivoglia materia e fare di testa sua. Sfoggiare in modo distruttivo un non ben precisato senso critico è ormai la moda, mentre pochi – troppo pochi – si fermano davvero ad osservare e capire, per poi parlare con cognizione di causa.

Pericolose le chiacchiere da bar sui social.

Chi forma il nostro governo, d’altra parte, è spinto al sospetto da un costante confronto con questa cultura dell’odio. Si decide di non poter che assumere il peggio e agire di conseguenza, aumentando il senso di sfiducia del cittadino, e così via in un infinito rincorrersi insensato.

Questo circolo vizioso che va avanti immutato da secoli ci è ormai entrato nelle vene. Che la fase due possa essere la svolta di cui abbiamo bisogno?

Non possiamo chiuderci in quarantena all’infinito. Superata la crisi ospedaliera, serve che lo Stato si fidi del senso di responsabilità dei suoi cittadini e serve che noi cittadini ci affidiamo allo Stato rispettandone le disposizioni.

Facciamo in modo di essere all’altezza.

Francesca Biglia