“Montanelli uscì come al solito dall’Hotel Manin, dove alloggiava, per andare nel palazzo Same di piazza Cavour, dove c’era la redazione del Giornale nuovo, quotidiano che aveva fondato nel 1974 dopo l’uscita dal Corriere della sera. Il giornalista prese a camminare lungo la cancellata dei giardini pubblici, che oggi ospitano una statua a lui dedicata. Non si era accorto che due giovani lo stavano seguendo e a un certo punto gli chiesero: «È lei Montanelli?». Poi uno dei due estrasse dal giubbotto una pistola calibro 7,65 con silenziatore e cominciò a sparare una serie ininterrotta di colpi: otto. Quattro proiettili andarono a segno: tre attraversarono la coscia destra, l’altro trapassò un gluteo e si fermò contro il femore sinistro. […] Ho un ricordo personale dei fatti. […] Mi precipitai verso il ferito e riconobbi subito Montanelli. «Direttore, come si sente?», chiesi mentre gli reggevo la testa. «Vigliacchi, mi hanno fottuto», mi disse Montanelli. […] Fu un miracolo che quattro proiettili attraversassero quelle «gambette da pollo», come il giornalista stesso avrebbe raccontato ironicamente, senza recidere l’arteria femorale: «Altrimenti non sarei qui a parlarvi». Il gruppo di fuoco, si sarebbe appreso, era composto da tre brigatisti del gruppo Walter Alasia: Franco Bonisoli, che sparò i colpi, Lauro Azzolini, entrambi condannati per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e Calogero Diana, che attendeva i due complici a bordo di una 128 bianca in via Carlo Porta, all’angolo con via Turati. Nel 1987 Indro Montanelli, durante un incontro al Circolo della stampa, strinse la mano ai suoi aggressori, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, detenuti in permesso speciale dal carcere di San Vittore. «A guerra finita – disse Indro – tra nemici si brinda». La sera del 23 luglio 2001, il giorno dopo la morte di Montanelli, la nipote Letizia Moizzi si sentì chiedere da un medico della clinica Madonnina se poteva riaprire la camera ardente perché c’era un signore che non sarebbe potuto ritornare: era Franco Bonisoli, che sul registro delle condoglianze scrisse: «Grazie Indro. Grazie di cuore».”

Non tutti conoscono il perché vi sia una statua di Indro Montanelli nei Giardini Pubblici di Milano. Penso che questo bel passo di Dino Messina lo ricordi per bene. Alla luce di questo racconto, vorrei in maniera chiara e diretta sintetizzare la mia posizione sulla deturpazione della statua dedicata ad Indro.

Chi ha imbrattato quella statua è un idiota, o come Filippo Tommaso Marinetti disse a Gabriele D’Annunzio “un cretino con lampi d’imbecillità”.

Con lampi d’imbecillità mi riferisco ai motivi per la quale la statua è stata imbrattata: un’ associazione logica, complessa, arguta e folgorante quella per la quale un monumento in ricordo di un attentato dovesse essere ricoperto della scritta “Razzista”. Forse gli autori, nell’ansia di non farsi scoprire, volevano scrivere razzisti, per condannare il razzismo ideologico delle Brigate Rosse. Quella “A” deve essere stata frutto della fretta, voglio sperare. La regia mi segnala che non è cosi, e purtroppo mi dovrò arrendere al fatto che i lampi di imbecillità abbiano prevalso.

Le proteste scatenate dal barbaro omicidio di George Floyd sono sfociate trasversalmente nel mondo in un movimento di Orwelliana memoria: la cancellazione e il deturpamento dei monumenti di personaggi storici. A Londra è stata persino vandalizzata la statua di Sir Winston Churcill. Penso debbano più i londinesi e gli inglesi a Sir Winston che i No vax e gli imbecilli fosforescenti (questa la risposta di D’Annunzio a Marinetti) al Generale Pappalardo.

Prendersela con la propria storia non è mai un buon segno: evoca stagioni di tensione e di revisionismo incontrollato dalle conseguenze potenzialmente terrificanti, un negazionismo evoluzionistico da condannare con forza e respingere. Per il principio d’entropia le cose tendono a disordinarsi; i dritti civili e le conquiste sociali seguono una direzione opposta e per questo sono destinati a lasciare sul campo vite e sofferenza. Negare il passato vuol dire condannare quelle vite e quella sofferenza all’invisibile, a fascicoli del Ministero della verità. Chi controlla il presente, controlla il passato.

Tra le altre cose è il motivo scatenante a rendere il tutto più incomprensibile: la battaglia contro il razzismo. Lo dico chiaramente, il razzismo nel mondo è un problema reale. Impieghiamo le nostre energie perché le prossime generazioni assorbano totalmente i frutti di una società inclusiva dove il colore della pelle non può e non deve essere un discrimine, ma non retrodatiamo le battaglie: è inutile ed anche vacuo. Abbattere monumenti perché simboli del colonialismo, perché i personaggi cui essi sono dedicati secondo il pensiero odierno potrebbero essere definiti razzisti, è riscrittura della storia, una distopia. Il passato esercita una funzione di controllo e monitoraggio sul presente: è guardando a quei monumenti che abbiamo misura e contezza dei passi da gigante straordinari che abbiamo fatto, dell’evoluzione e delle conquiste in campo sociale. Senza un passato con cui confrontarci rischiamo di distorcere la linea di progresso della nostra civiltà.

Veniamo alla vicenda Montanelli. Cercherò di trattare i fatti con rigore storico, sempre in ottemperanza al principio per il quale le battaglie di civiltà retrodatate sono inutili e vacue. Parto dalla vicenda origine delle polemiche e della richiesta di rimozione della Statua del grande giornalista. 

Indro Montanelli in Abissinia sposò una ragazzina, dietro pagamento di un corrispettivo al padre di lei. In una prima intervista a “L’ora della Verità” del 1969 dichiarò che ella fosse dodicenne, salvo poi tornato sulla vicenda in un articolo sul Corriere del 2000, ritrattare dicendo che avesse 14 anni. Quella del madamato era una pratica comune, con cui i soldati italiani prendevano in sposa le ragazze abissine, le quali – sin da un’età che oggi definiremmo eufemisticamente tenera – erano considerate donne.

Montanelli, recita la pubblica accusa, non si sarebbe mai permesso di fare ciò che ha fatto con una ragazzina bianca, e per questo è da condannare come un violentatore, razzista, simbolo dell’uomo bianco che predomina sul nero. Non avrei da ridire, nessuno potrebbe aver da ridire se non si inquadrasse un fatto di quasi un secolo fa con le lenti del secondo decennio degli anni duemila, in cui soprattutto le civiltà occidentali hanno fatto straordinari progressi. Il mondo di 100 anni fa era estremamente retrogrado per quanto concerne la concezione della donna. E questo è un fatto, semplice e nudo. In Abissinia quanto avvenuto era consentito e anzi ritenuto giusto e non sta a noi cento anni dopo pronunciarci sulle usanze più o meno barbine di un popolo (ricordo sempre il fattore temporale e culturale).

Diversa è la questione, questa certamente più opinabile e suscettibile di confronto aperto, per cui Montanelli, uomo bianco occidentale e istruito, non si sarebbe dovuto prestare a tali usanze, conscio della considerazione quasi nulla che pratiche simili avevano della donna.

Forse però, rei sempre di utilizzare le lenti del 2020, non siamo consci di quale fosse, in seno al matrimonio, la considerazione della donna in Italia. Il codice civile del 1865, allora in vigore, prevedeva ex.art.55 che la donna potesse contrarre matrimonio sin dall’età di 15 anni (non tanto diverso dalla Destà 14enne che tutti sorprende). Inoltre, secondo l’articolo 63, il matrimonio delle figlie sotto i 21 anni dipendeva completamente dalla decisione dei genitori. Sappiamo, altresì, che l’Italia dei primi decenni del Novecento annoverava tra le sue usanze più diffuse quella del matrimonio combinato, con cui, non tanto differentemente da Destà, le donne erano sostanzialmente acquistate. Senza contare che non fu abolita prima del 1919 la norma per cui una moglie italiana non poteva “donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti, senza l’autorizzazione del marito.”

Alla luce di ciò, se questa è l’Italia in cui nacque Indro Montanelli, tutto si può dire tranne che egli, colto e rispettoso della donna, avesse per razzismo e suprematismo sposato e avuto rapporti con una ragazzina solo perché nera. Nella vicenda non si ravvisa razzismo, parola troppo strumentalizzata e che rischia di diluire il valore di battaglie serie e importanti come quella americana. Piuttosto vi è una bassa considerazione della volontà femminile, ridotta a mercé dell’uomo: una condizione identica un po’ ovunque e che per fortuna grazie a tante battaglie oggi – almeno da noi – è un lontano ricordo.

Non parlerò di “figlio del suo tempo”, ma continuo a sostenere l’illogicità di riportare il nostro modo di pensare indietro di 100 anni.

Forse lo snodo concettuale più importante degli attacchi a Montanelli è rappresentato dal suo non pentimento. Non si pentì di aver sposato una ragazza Abissina, ma si pentì di esser stato fascista, ribellandosi a quel regime che vedeva in un’usanza locale un modo di perpetrare una decantata supremazia maschile ed italica.

Travaglio, che lo conobbe e fu suo allievo, dipinge un Montanelli tutt’altro che restio a pentirsi.

«Nel 1937 la sua cronaca per il Messaggero sulla battaglia di Santander, in controtendenza con le celebrazioni ufficiali delle epiche gesta delle truppe italiane (“una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo”), gli valse l’espulsione dal Partito e dunque dall’albo dei giornalisti, costringendolo a espatriare in Estonia. Nel 1943, ricercato dai repubblichini e dalle SS come complice del golpe bianco del 25 luglio, si diede alla macchia e collaborò con i partigiani di Giustizia e Libertà e con l’ufficio stampa del Cln. Nel febbraio ’44, mentre tentava di intrupparsi in una brigata partigiana in Val d’Ossola, fu arrestato dai tedeschi e rinchiuso nelle segrete del carcere di Gallarate. E lì, anziché rivendicare la sua lunga militanza fascista, mise a verbale dinanzi alle SS: “Non appartengo più al PNF e mi considero in guerra con voi”. Fu condannato a morte e trasferito a San Vittore, da dove evase il 1° agosto […]».

In definitiva, la polemica contro Montanelli sembra un inutile perder tempo a impelagarsi su discussioni futili ed ideali che mettono a nudo l’allergia a mobilitarsi per cambiare il presente e consegnare un futuro migliore alle prossime generazioni. La vicenda Montanelliana insegna che i personaggi più illustri sono umani, e da umani commettono errori, e ci ricorda un’Italia per fortuna passata e che speriamo non torni più- in Umbria hanno approvato provvedimenti contro l’aborto farmacologico in day hospital, inorridiamo per quello, per favore- ma senza la quale oggi non avremmo nemmeno opportunità di disquisire sulla dubbia liceità morale delle azioni di Indro Montanelli.

Come affermava il grande Hegel, filosofo il cui fascino rimarrà eternamente immutato, l’antitesi, e quindi i momenti storici negativi, sono sempre propedeutici al progresso. Un male necessario che dovremmo guardare con una lente priva di filtri.

Emilio Siciliano