Certo siamo esseri strani.

Le alluvioni senza precedenti che hanno colpito cinque delle dieci regioni dell’Etiopia hanno lasciato 200mila persone senza casa.

L’inquinamento atmosferico causa tra 1,5 e 2,2 milioni di vittime l’anno in Cina. Complessivamente, le polveri sottili PM2,5 avrebbero causato più di 30 milioni di morti premature tra gli adulti.

Oltre 20 milioni di persone nel mondo sono a rischio carestia a causa dei cambiamenti climatici. L’onda d’urto è vicina, l’Europa mediterranea sta già subendo le conseguenze della desertificazione.

2,7 milioni di ettari sulla costa Ovest degli Stati Uniti stanno bruciando da più di due settimane. Solo in California gli incendi dopo due giorni avevano già devastato un’area più grande dell’Umbria. Si stimano 37 morti.

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200 000

1 500 000

30 000 000

20 000 000

37

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La catastrofe è globale, tutti ne percepiamo gli effetti, ma avevamo bisogno di un orologio appeso su un qualche grattacielo a Manhattan per ricominciare a darle l’attenzione che necessita.

Per chi probabilmente sta già torcendo il naso, ammesso che abbiate aperto l’ennesimo articolo sull’argomento, sì, sto volutamente tralasciando un dettaglio: non c’è niente di nuovo nella notizia dell’orologio climatico, anzi, l’idea stessa è vecchia di parecchi anni. Pensate che il Doomsday Clock, l’orologio che misura in minuti a mezzanotte quanto manca all’apocalisse, è attivo dal 1943. Non fossero passati di moda ce ne ricorderemmo per l’album degli Iron Maiden dell’’84, in titolo all’articolo.

Le misurazioni del Doomsday Clock dal ‘47 ad oggi.
Simbolicamente, all’apocalisse manca 1 minuto e 40 secondi. Non siamo mai stati così in pericolo.

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Il concetto importante è evidentemente un altro: non c’è più tempo.

Quello interessante un altro ancora: perché un orologio?

Cosa non funziona nel messaggio di Greta Thunberg? Perché dopo un anno sembriamo aver dimenticato di esserci visti tutti in piazza nei vari Friday for Future?

“I ragazzi avevano solo voglia di saltare scuola” non è una risposta che possiamo permetterci, e lo sappiamo.

Perché vedere cosa ogni giorno accade nel mondo non fa scattare alcuna molla? L’abitudine ci mette il prosciutto sugli occhi?

“Un singolo non ha il potere di migliorare le cose” è un’altra risposta fuori dalle opzioni, e di nuovo, lo sappiamo.

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Ma perché ha funzionato un orologio?

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L’errore è sempre stato di comunicazione, l’intoppo nel lessico scelto.

Non basta parlare di riscaldamento globale, di salvare il pianeta, di cosa succederà tra 50 anni. Detto francamente, la gente non ne può più di slogan e filastrocche ripetute. C’è bisogno di un approccio più efficace. Qui vi cito Simon Sinek e Alessandro Geraldini, non eminenze di stampo scientifico, ma grandi comunicatori a cui voglio giustamente attribuire la paternità di queste formule: iniziamo a parlare di cancro climatico, di appiattire la curva, di salvare ora le nostre famiglie. Più d’impatto, no?

In questo senso l’orologio ha fatto una parte del lavoro: riportare con forza l’attenzione sul problema. Ed è una parte importante, imprescindibile, ma purtroppo solo una parte.

Quel 7 ci sta gridando da una delle città più inquinate al mondo di smettere di scrollare il feed di Instagram e agire. Tutti l’abbiamo visto e abbiamo potuto sentirne il ticchettio alle costole. Ora siamo giustamente spaventati, ma anche confusi, sopraffatti e senza alcun metro di giudizio per capire se ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

Per questo punto tiro in causa un’altra – discutibile che sia utile parlare di crisi in modo separato, ma lasciatemela passare per ora – crisi del momento: la pandemia. Dove l’essere umano è stato abbastanza intelligente da non renderlo un fatto politico, le persone indossano la mascherina, seguono le regole e si affidano agli esperti che hanno gli strumenti per dare un’idea chiara di cosa bisogna ancora affrontare.

La stessa cosa dovrebbe avvenire con il cancro climatico.

Parliamo di cosa ognuno di noi può fare per evitarne la progressione, di buone pratiche personali di cui noi tutti possiamo e dobbiamo essere promotori. Non fossilizziamo il dibattito sul perché l’inquinamento cinese e l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi porteranno verso l’apocalisse, e su come invece il Green Deal europeo salverà il mondo intero; sono temi importanti, ma che non interessano il cittadino medio e che soprattutto non gli spiegano come agire in modo concreto.

Già troppe persone non si informano su cosa rimane dietro il velo di Maya del mondo in cui viviamo. Non possiamo permetterci che anche quello climatico sia percepito come un problema trascurabile. Mettiamoci in testa che si tratta di un’evoluzione a cui tutti devono contribuire, una dieta su cui bisogna investire nel tempo per vedere gli effetti. La chiave sta nel trovare una misura del processo, quello che in fisica chiameremmo momentum, che ci possa dire con chiarezza a che punto siamo e cosa c’è ancora da fare.

La crisi climatica si inserisce in un quadro eufemisticamente complesso. Rivoluzioni in America ed Europa, la crisi economica, le tensioni politiche, l’assenza di candidati adeguati e affidabili alle più importanti elezioni in Occidente. Proprio questo lunedì poi abbiamo superato il milione di decessi per covid.

Una tendenza ad affrontare ogni problema in modo isolato e applicando metodi che già conosciamo è comprensibile, ma è una strada che ci sta portando al fallimento.

Prima capiremo che non possiamo continuare reiterando le stesse azioni, prima avremo un’arma efficace con cui combattere.

“Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”

Francesca Biglia