“Ogni individuo ha diritto alla vita. Una vita non è superiore a un’altra. Il rispetto per gli altri è la regola, e la tolleranza deve essere il principio. Chiunque violi queste regole sarà punito. Ognuno è responsabile di garantire il rispetto.”

Già nell’Africa del XVIII secolo la carta di Manden, una delle costituzioni più antiche della storia, con la prima vera dichiarazione dei diritti umani si rivolgeva ai “quattro angoli del mondo” tentando di proteggere il diritto alla vita e alla sua integrità, indistintamente per ogni essere umano.

Ma il resto del mondo aveva bisogno di altri secoli per capire e riconoscere tali principi.

Da Sulla mia pelle, film 2018

Nel 2019 la sentenza finale del processo per la morte di Stefano Cucchi ha ribadito forte e chiaro questo concetto rendendo finalmente giustizia ad un ragazzo che era, prima dei suoi crimini, una di quelle vite da proteggere. 

Il caso di Stefano, come purtroppo anche altri prima di questo, denuncia una realtà dove il profumo del potere spesso annebbia le menti dei suoi esercenti, dove proprio la Costituzione, colonna portante del nostro Stato, può essere violata anche da chi appellandosi ad essa dovrebbe difenderci, dove è più che mai necessario parlare di diritti e di umanità. Nello stesso modo in cui abbiamo avuto la possibilità di rivolgerci al passato per poter migliorare aspetti del nostro presente, anche questa vicenda dovrebbe ergersi ad esempio affinché atrocità simili non accadano più, a prescindere dalla gravità del reato compiuto.

Ancora una volta però sorge il dubbio che non sia stato abbastanza.

Vakhtang Enukidze, georgiano 38 enne, viene ritrovato morto in un centro di rimpatrio di Gradisca D’Isonzo. Della vicenda, però, si conosce con certezza soltanto la sorte brutale: la Questura esclude categoricamente che si tratti di un nuovo caso Cucchi e imputa la causa della morte a lesioni dovute allo scontro con un altro ospite del Centro, ma un audio-testimonianza proveniente dall’interno del centro parla di otto agenti della polizia che accerchiano l’uomo, e poi insulti, immobilizzazione, violenze.

Quando anche l’ultimo soffio di speranza sembra andare via e pare riavvolgersi questa tremenda pellicola, si riaccende però un piccolo lume: l’immagine del baciamano tra Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ed un uomo delle forze dell’ordine presente al processo. Il lavoro, la pazienza e la stanchezza della donna vengono ripagate dalla riconoscenza di un uomo che simbolicamente chiede perdono per ciò che è successo, con l’augurio che si riesca a non far vivere più sulla pelle di nessuno un dolore simile.

Gloria Antonucci