MIR

Mir. Significa pace in Bosniaco. La tanto agognata pace di una terra da sempre macchiata di sangue, di una nazione fatta a pezzi in cui si è fomentato l’odio inter-etnico, distruggendo un popolo che ancora oggi paga un prezzo altissimo in termini di diritti umani e stabilità sociale ed economica. Una parte di storia poco studiata, ma tremendamente attuale.

Le moderne criticità iniziarono con l’indebolimento del regime comunista e la dissoluzione della Jugoslavia all’inizio degli anni ’90.

Venuto meno il denominatore comune di “Slavi del Sud”, furono cruciali le profonde differenze culturali e religiose che storicamente hanno caratterizzato l’intera popolazione balcanica.

La Bosnia-Erzegovina in particolare è stata da sempre uno Stato multietnico molto variegato. Secondo un censimento del 1991, il 44% dei suoi cittadini si considerava musulmano, il 32,5 % serbo, il 17 % croato e il 6 % jugoslavo. Diverse etnie, diversi popoli, diverse rivendicazioni geografiche e politiche.

Ecco perché, all’indomani della firma per l’indipendenza dalla Jugoslavia, fortemente contrastata dalla componente serba della popolazione, un’assemblea ombra distaccatasi dal governo ufficiale proclamò la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia-Erzegovina. Lo scopo di questa struttura para-governativa era occupare i territori a maggioranza serba, “ripulirli” e poi unirsi a Serbia e Montenegro come membri della Jugoslavia.

Generale Ratko Mladic con le truppe dell’Esercito Serbo della Bosnia-Erzegovina

La situazione degenerò in fretta.

I militari jugoslavi lasciarono la regione dopo la dichiarazione dell’indipendenza bosniaca. Tuttavia, la maggior parte della catena di comando, armi e personale militare di alto rango non seguirono i soldati. Come la popolazione, così si polarizzò l’esercito, e dopo la costituzione di due armate contrapposte il Paese si muoveva pericolosamente verso una devastante guerra civile, incapace di fermarsi.

Solo a tre anni dall’inizio della guerra l’ONU iniziò il suo intervento. Furono individuate cinque città dove erano confluiti migliaia di profughi fuggiti dai villaggi della valle della Drina, dove la pulizia etnica per mano delle truppe serbe era stata violentissima. Queste enclavi musulmane attorno a Sarajevo furono dichiarate “zone di sicurezza” e le Nazioni Unite si impegnarono a proteggerle inviando aiuti militari.

Ma i caschi blu rimasero a guardare

25 anni fa, nel luglio del 1995, oltre 8000 musulmani bosniaci, ragazzi e uomini in età militare, furono uccisi per mano dell’Esercito Serbo della Bosnia-Erzegovina. Un eccidio, un massacro, un genocidio riconosciuto solo da alcuni. Il peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Tutto questo avveniva a Srebrenica, una delle città sotto la protezione diretta dell’ONU che lì, in una ex fabbrica, aveva i suoi contingenti militari. Per precisione le truppe erano olandesi, non che faccia differenza.

Il comandante dei caschi blu firmò un accordo per l’occupazione della città con il generale serbo bosniaco Mladic. Gli strinse la mano e brindò con lui.

Possiamo ancora vedere in video il generale Mladic rassicurare la popolazione di Srebrenica; nel frattempo i suoi uomini stavano già circondando la città. Possiamo vederlo parlare con un bambino musulmano di 12 anni e tranquillizzarlo; intato le sue milizie, nel silenzio, dietro l’edificio occupato dall’ONU, avevano già iniziato il massacro da un giorno. Possiamo sentirgli pronunciare queste parole ai suoi concittadini serbi: «Siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo».

All’interno della ex fabbrica, sui suoi muri, c’è tutta la sfiducia dei soldati nei confronti di un’istituzione che ha prima giurato di proteggere e poi abbandonato la popolazione civile.

Storie dei giorni nostri

Come ogni anno, l’11 luglio 2020 è avvenuta la cerimonia al memoriale di Potočari, all’entrata di Srebrenica, e oltre alla commemorazione si sono tenuti i funerali per le vittime recentemente riconosciute.

Per nascondere l’ampiezza del proprio crimine, i miliziani serbi seppellirono le vittime in 70 fosse comuni, poi occultate o spostate in altre località. Spesso i resti di un’unica persona vengono rinvenuti anche in tre o quattro posti differenti. Per questo le procedure di riconoscimento continuano da 25 anni.

Per tutti coloro che hanno la fortuna di ricevere un nome, l’ultima tappa è il grande cimitero che ospita il memoriale. Sono stati nove quest’anno. Il più giovane era Salko Ibisevic, 23 anni, e il più anziano Hasan Pezic, 77 anni.

La città, però, è ancora ferma a quel luglio ’95.

Valgono milioni gli investimenti dei governi stranieri, desiderosi di dimostrarsi vicini alla cittadinanza dopo aver assistito imbelli al massacro. Proprio gli Olandesi sono i primi finanziatori della città. Ma i risultati dell’impegno internazionale, per quanto imponente, stentano in verità a palesarsi. Gli abitanti diminuiscono di anno in anno e solo le difficoltà restano: mancanza di lavoro, ricostruzione lenta di una città ancora in macerie, poche prospettive.

Belgrado, 2 giorni fa

Intanto, a pochi chilometri da Srebrenica, oltre il confine con la Serbia, è nata la prima rivolta europea dallo scoppio della pandemia. La crisi post-lockdown si è aggiunta alle conseguenze delle tensioni storiche nei Balcani portando effetti devastanti. La popolazione è stremata e il governo tremendamente instabile.

Il contesto è sicuramente diverso, ma comunque preoccupante.

È di nuovo tutto sotto gli occhi di tutti, e ancora senza l’aiuto di nessuno. Anche questa volta aspetteremo che sia troppo tardi?

Francesca Biglia