Quelli che vedete sono un telefonino del 1980 e uno smartphone del 2018.

Questa, invece, è una classe del 1980, seguita da una del 2018.

Incredibile no?

Sebbene dal XX secolo si sia registrata un’impennata clamorosa nello sviluppo di novità, queste sembrano tardare nell’arrivare nelle aule. Perché, diciamocelo, l’aula ha una composizione così semplice da sfuggire al bisogno di novità. Questo perché, talvolta, si tende a sottostimare l’importanza del dove, prediligendo il come. Come si dovrebbe studiare nel 2019? E se la risposta fosse intimamente legata alla domanda: “dove si dovrebbe studiare nel 2019”?

Gli spazi riflettono sempre qualcosa: lo dimostra l’attenzione per i colori delle pareti, su cui si soffermano studi cromoterapici, lo dimostra la predilezione sempre più importante per gli open-space nel mondo del lavoro, a detta degli studiosi più stimolanti per la creatività del singolo.

Se è vero, dunque, che gli spazi ci riflettono e si riflettono sulle nostre capacità, per costruire un “dove”, occorrerebbe, necessariamente, capire cosa ci serve per affrontare le sfide che ci propone il mondo di oggi.

La complessità del mondo del lavoro, impone sempre di più un assorbimento attivo di ciò che viene insegnato nelle scuole, concatenando allo studio l’apprendimento delle cosiddette soft skills.

Almalaurea ci lascia un prospetto interessante in questo senso. È ovvio, che questo tipo di abilità fuoriesce dagli schemi classici dell’aula e di un insegnamento gerarchico-verticale, basato su un rapporto cattedra-banchi. Urge, un ripensamento degli spazi, in modo tale che questi si modellino sull’orizzontalità dell’apprendimento e sull’incoraggiamento di creatività, interazione, comunicazione ed intraprendenza. Un’indagine di Steelcase education ci conferma quanto scritto: classi progettate intenzionalmente per promuovere l’apprendimento attivo hanno registrato un aumento del coinvolgimento degli studenti rispetto quelle tradizionale (84%); una maggior stimolo alla creatività individuale (77%). Cosa significa, però, promuovere spazi volti all’apprendimento attivo? 

Prima di proporre modelli, occorrerebbe riflettere sulla rapida mutevolezza del tessuto sociale che attraversa e circonda la scuola: se una volta a prevalere erano i processi d’educazione formale, le giovani generazioni di oggi richiedono uno sviluppo consistente dei processi di educazione informale. Dobbiamo fare passi in avanti sulla coltivazione del singolo in quanto persona e non contenitore di contenuti. 

E questo nelle aule di oggi appare improbabile. “In una classe in cui banchi e sedie sono disposti in modo tradizionale, non c’è personalizzazione dell’insegnamento perché a tutti gli studenti vengono dette le stesse cose e assegnate le stesse attività. Se cambiamo il layout della classe predisponendo ambienti in cui i discenti possono svolgere attività diverse, ognuno di essi potrà sentirsi a proprio agio e lavorare nella modalità più appropriata in base alle caratteristiche individuali” ci dice Fernando Franco, Direção-Geral da Educação , Portogallo. Le sue parole si legano, in maniera perfettamente combaciante, al cosiddetto Manuale Sanoff (2001) che individua lo spazio fisico come “secondo insegnante” che enfatizza “il potere” evidente nello spazio “di rispecchiare le idee, i valori, gli atteggiamenti e le culture delle persone all’interno dello stesso”.

Alla luce di quanto sino ora premesso, occorre dunque, più che una nuova configurazione, uno spazio che respiri e che sia estremamente flessibile e modificabile. Uno spazio vivo, insomma.

Edutopia, a proposito di spazi vivi, propone le sette zone di apprendimento che ogni scuola dovrebbe avere. 

  • Community Zone: per fare il punto della situazione sui progressi, chiedere chiarimenti, fare programmi, ecc.;  
  • Discovery Zone: per fare attività manuali, di montaggio, registrazioni, foto, ecc.;  
  • Quiet Zone: per il tempo libero, i compiti, lo studio, la riflessione;  
  • News Zone: per mostrare i lavori individuali, di classe, la bacheca, gli eventi, ecc.;  
  • Teacher Zone: per lavorare individualmente con i ragazzi, incontrare i colleghi o le famiglie;  Supplies Zone: per condividere materiali e creare una base per il lavoro degli studenti;  
  • Subject Zone: per rendere evidenti i collegamenti tra le discipline (giochi, linee del tempo, risorse, ecc.).  

Su questa scia può essere utile osservare quanto fatto dall’ Istituto Compresivo Vittra TelefonPlan a Stoccolma, che coerentemente con uno sviluppo tecnologico che abbatte sempre di più le barriere, ha eliminato i perimetri, affidandosi in toto alla tecnologia.

Un’altra realtà interessante deriva European Schoolnet, una rete di trentaquattro Ministeri dell’istruzione in Europa, che opera per portare innovazione all’interno della didattica e delle scuole . Dalla suddetta organizzazione nasce Future Classroom Lab un interessante esperimento nato dopo aver testato in 2500 classi di 20 Paesi diversi strumenti e risorse innovative. L’ambiente presentatoci è molto differente da quello che ci tocca giorno per giorno. 

Si divide in 6 ambienti differenti, volti a potenziare la capacità critica e di ricerca autonoma; le competenze trasversali del co-working e della produzione creativa; la presentazione del proprio lavoro e l’interazione tra studenti e tra docenti e studenti; lo scambio di informazioni e di valutazione dei processi formativi e lo sviluppo della personalizzazione dell’apprendimento.

Il progetto di European Schoolnet verte su tre parole giudicate fondamentali: connettere, coinvolgere e stimolare. Tre imperativi che la scuola di oggi è solita dimenticare.

I modelli sopra proposti, si appoggiano in maniera importante alla tecnologia di cui fanno un uso del tutto immersivo. Tuttavia, l’aiuto tecnologico appare ancora oggi episodico nelle scuole, sebbene ci siano stati formidabili passi avanti negli ultimi 18 anni. Basti pensare al Piano Nazionale Scuola Digitale come buona pratica di sviluppo di risposta comune alla questione. A questo si aggiungono importanti investimenti (9.5 miliardi nel triennio 2014-2017) per la realizzazione di scuole “volte ed aperte al futuro”.

Tutto ciò, ovviamente, non è solo ad uso e consumo degli studenti. Secondo gli studiosi, da un ripensamento degli spazi deriverebbero diversi vantaggi anche per gli insegnanti, che avrebbero più facilità nella costruzione di una didattica personalizzata e diversificata.

La questione, insomma, appare complessa. Occorrerebbe una seria e profonda riflessione nazionale ed europea (per limitarci al contesto che ci riguarda da vicino) sulla funzionalità degli spazi scolastici, perché questi risultino al passo con i tempi. In Italia, grazie ad Indire che supporta il MIUR in interventi fisici nelle scuole e alla presenza di una direzione generale che comprende edilizia scolastica ed innovazione digitale, si stanno facendo ottimi passi in avanti. Esiste una politica comune, esiste soprattutto una visione di insieme ordinata e determinata, che concatena funzionalità e sicurezza degli spazi, altro tema fondamentale quando si parla di spazi d’apprendimento all’avanguardia. Siamo a questo proposito di recente ritorno da Campobasso, dove è approdata una competizione nazionale sulla sicurezza e la funzionalità degli spazi scolastici e dove i ragazzi hanno dato prova di ottima reattività sul tema. 

Il futuro, per cui, sta arrivando, ma ha bisogno di essere ben accolto, in maniera strutturale e comune perché non ci travolga. Siamo fiduciosi.

Redazione