A cura di Francesca Biglia

 

Parola chiave velocità

In lungo e in largo si è parlato di come la scienza sia l’unica arma per vincere la battaglia contro il SARS-CoV-2. Vero, ma negli ultimi decenni la scienza biomedica è stata un’arma spuntata: potente ma lenta e frammentata, fatta di lungaggini che non facevano altro che rallentarne il progresso.

Purtroppo non ci sono Paesi del tutto virtuosi quando si toccano i dolori di crescita del biotech, ma guardando a casa nostra la situazione tende al disastroso. Siamo debilitati da un trend ultraventennale che ci trova perennemente al fondo delle classifiche europee sia per livelli di investimenti in aree come digitalizzazione, innovazione, rinnovamento delle strutture di ricerca (ecc..), sia – di conseguenza – per le performance che mostriamo in tutti questi campi.

In altre parole, la pandemia sta svelando quanto tempo e risorse abbiamo perso e quanto possiamo, dobbiamo, evitare di perderne in futuro. Serve un significativo cambio di passo e l’occasione del Next Generation EU non può essere mancata: è davvero l’ultima chance per metterci in pari con il resto d’Europa.

 

Non solo laboratori

Ottenuti questi fondi, è ora il caso di investirli per bene. Un rapido sguardo al mondo della pandemia ci mostra come in questo periodo di stravolgimenti il vecchio modo di portare innovazione, il “modo” a cui in realtà l’Italia è arrivata solo negli ultimi anni, sia ormai insufficiente, oltre che superato altrove.

Quindi, perché non solo laboratori? Le infrastrutture, gli strumenti, i progetti di ricerca sono certamente fronti importanti che necessitano di liquidità immediata e devono essere la priorità, ma non sono che la base da cui partire. Un piano a lungo termine non può prescindere da misure più lungimiranti, che mirino a plasmare il futuro e non solo a sopravvivere al presente.

Ecco un paio di idee di investimento meno considerate, che però ben si adattano al nuovo stile di vita della ricerca scientifica.

 

Comunicazione

I dati sono il petrolio del XXI secolo. Non stupisce quindi che una delle maggiori e più controverse questioni del nostro tempo sia come comunicarli e renderli accessibili al grande pubblico.

Eravamo abituati alla peer review, il controllo dei “pari” sugli studi scientifici, le pubblicazioni su Nature e i convegni scientifici. Ora abbiamo la scienza da social network, la ricerca che accade davanti al pubblico. Tutto deve essere immediato e open source, open anche per chi non ha le competenze per interpretare quei dati, o ancor peggio per chi si erge a farlo pur non essendone in grado.

Non ci lamentiamo troppo. Il sistema a cui ci affidavamo ciecamente è stato per secoli più un rituale sociale rispetto a una sana procedura di controllo, un cerimoniale tanto lento quanto incapace di essere preciso (Ricordate l’articolo del Lancet su autismo e vaccini? Ne abbiamo parlato qui.

Era qualcosa di incompatibile con il mondo della pandemia.

Oggi, al contrario, gran parte dei risultati di ricerca sulla covid-19 passa per i preprint o addirittura direttamente dai media. Articoli, sequenze genomiche, dati epidemiologici, ipotesi, strutture molecolari. Tutto è accessibile in tempo reale in rete. Per effetto del motore inestinguibile che sono l’attenzione mediatica e l’impiego di grandi capitali i decenni sono diventati una manciata di mesi, i mesi giorni, i giorni minuti, secondi.

La condizione velocità è soddisfatta. Ma abbiamo trovato la soluzione migliore?

No.

Siamo passati dal considerare l’ecosistema scientifico come un’elite ineffabile di superuomini, al vederne sminuita la credibilità mentre intellettuali rispettabili si azzuffano sui social come una scolaresca litigiosa. È come se guardassimo un filmato accelerato di come funziona la scienza. Il risultato? La pagina facebook di un cittadino medio mostra la più grande varietà di teorie complottiste e tre fra i più influenti Paesi europei considerano la possibilità di interrompere la somministrazione del vaccino AstraZeneca per contenere la psicosi.

Morale della favola: insegnamo agli scienziati l’arte della comunicazione. Insegnamo ai giornalisti l’arte dell’informazione. Investiamo su progetti di divulgazione, su procedure di controllo, su piattaforme che permettano di comunicare in modo equilibrato l’incertezza e il rischio, bilanciando l’apertura delle informazioni e la cautela.

 

Citizen science

Parlavamo del cittadino medio diventato complottista per (ill)legittima difesa? Rendiamolo parte attiva del discorso scientifico. O meglio, investiamo per sostenere le realtà scientifiche che presentano questo valore aggiunto.

La citizen science di fatto esiste da quando esiste la scienza. Le persone ordinarie sono parte integrante della ricerca, principalmente per l’enorme quantità di dati che si possono raccogliere osservando la vita fuori dai laboratori, ma anche con il ruolo di utenti, collaboratori o persino responsabili.

Qualche esempio?

Nel 1999 chiunque avesse un PC poteva installare Seti@home, un programma di calcolo distribuito sviluppato a Berkeley che lavorava ai dati radioastronomici raccolti dal progetto Seti (Search for Extraterrestrial Intelligence) quando la macchina era inutilizzata.

Otto anni dopo Galaxy zoo invitava i volontari ad aiutare gli scienziati a classificare le immagini delle galassie. Diventato virale, grazie a legioni di citizen scientist è stato possibile classificare quasi un milione di galassie in pochi anni, un lavoro altrimenti impossibile.

Immaginate l’impatto che possono avere esperienze simili su un cittadino che ha perso fiducia nella scienza e ha ora la possibilità di entrare nei suoi processi, comprenderli ed venirne formato. Non c’è altro da aggiungere.

 

Noi

Ultimi ma non per importanza, arriviamo noi. Cosa dovremmo pretendere dalla ripartenza?

“I giovani sono il sale della ricerca scientifica, sono coloro che ci mettono in discussione, hanno energia e visione, senza di loro non si fa ricerca scientifica.” Questo ci dice Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di Humanitas e Professore di Humanitas University.

Vero, ma nasce un paradosso.

Da una parte il sistema inizia ad offrirci possibilità concrete: finanziamenti alle start-up, accesso alla ricerca persino da undergraduate, esperienze sul campo. Dall’altra ci frenano le insufficienti competenze specifiche, di base quanto avanzate, per interagire con quei contesti al massimo delle nostre potenzialità.

Siamo arrivati al limite e con la DaD rischiamo di oltrepassarlo (ne abbiamo parlato qui. Un piano di ripresa definibile tale non può prescindere dal sostegno economico all’istruzione e dalla riforma di un sistema che non ci permette di acquisire ciò che davvero fa la differenza nella fase post education.

Formazione innovativa, che superi i confini delle aule, digitali o fisiche, per guardare alla realtà del mondo lavorativo. Multidisciplinarietà. Team working. Inclusione. Percorsi personalizzati, plasmati sugli interessi e le attitudini degli studenti, che ci preparino a creare i lavori del futuro.

Abbiamo bisogno di un’istruzione a misura di studente, che ci insegni gli strumenti per capire la realtà e il futuro, il pensiero sistemico, lo spirito critico. Abbiamo bisogno di un’istruzione tecnica studiata per rispondere alle necessità del domani.

La scuola riparta da noi.