A cura di Benedetta Russo

Spalanco gli occhi, li socchiudo, sbadiglio, li riapro con indecisione, sblocco il cellulare: sono le sette del mattino. E’ ora di cominciare. Ma in che modo si comincia? E soprattutto, perché cominciamo? Di questi tempi iniziare una giornata lavorativa o di studio è divenuto apparentemente più semplice che mai. E’ così, non dobbiamo far altro che accendere un pc, attivare una webcam e metterci comodi: è questo ciò che viene richiesto, è questo ciò che viene verificato. Ma è abbastanza per sentirci nuovamente, cioè per un nuovo giorno, vivi?

Tutte le attività che impegnano la nostra giornata, per cui prima risultava naturale concedersi un tempo di preparazione fisica e spirituale, ora sono appuntamenti online organizzabili e fruibili all’istante, con un click, e per cui non sembra necessaria una “cura” meticolosa: non ci si chiede più se si è pronti perché ci viene richiesto di esserlo in ogni momento.

La didattica online ha bussato alle nostre vite a partire da quel 9 marzo 2020 e da allora è entrata quotidianamente nelle nostre camere da letto, in cucina, in terrazzo, mentre facciamo colazione ancora in pigiama o prepariamo il pranzo. Facendoci sentire occupati in qualsiasi contingenza, ci ha trasmesso la sensazione che la soddisfazione personale (che certamente influenza il nostro essere felici) consista nell’essere costantemente connessi e utili, portando così via l’antica magia che risiede nella “separazione”, nel ritiro in se stessi e per se stessi.

Se da un lato la collaborazione online garantisce un’altissima velocità di propagazione di informazioni, dall’altro se non ben organizzata e razionata rischia di generare un sovraffollamento di intenzioni e idee difficile da gestire. Affinché la DaD assolva il proprio compito di strumento di formazione, è fondamentale innanzitutto riconferire valore al tempo della riflessione e della contemplazione, creare uno spazio in cui esprimersi senza distrazioni, al di là della frenesia della condivisione. Soltanto in questo modo potremo riappropriarci di una profonda consapevolezza culturale e morale, che è alla base del processo di crescita di ciascuno. Formare significa “dare forma a qualcosa” che è perennemente immersa in un labirinto di contraddizioni e cambi di rotta: in questo quadro non assume senso un continuo porsi in evidenza senza dedicarsi al processo di preparazione.

Un’altra grande difficoltà da fronteggiare in nome della vera Formazione è la carenza di empatia. Secondo la definizione di Carl Rogers, l’empatia “è la capacità di utilizzare gli strumenti della comunicazione verbale e non verbale per mettersi nei panni dell’altro identificandosi parzialmente nel suo mondo soggettivo nel contesto di un’accettazione autentica e non giudicante.” Le emozioni giocano un ruolo importantissimo nel percorso di apprendimento; comunicare se stessi e, viceversa, recepire gli altri, è il primo passo per trasmettere ogni tipo di conoscenza e stimolare curiosità verso ciò che abbiamo intorno. Seguendo lezioni da remoto è molto facile che gli studenti siano portati a disinteressarsi, distrarsi o abbandonare quando non percepiscano la causa e il peso morale di ciò che gli viene insegnato.

Oggi più che mai non abbiamo bisogno solo di tecnici specializzati e calcolatori, ma di figure professionali dotate anche di quella intelligenza emotiva che rende abili a destreggiarsi nell’imprevedibile, a rimanere saldi nei propri obiettivi e a relazionarsi emotivamente con altri soggetti. Ma in che modo possiamo tenere attivo questo sentire dentro quando non possiamo né toccarci né guardarci? Il punto di partenza è accorgersi di ciò che ci circonda. Prestare attenzione alle più piccole manifestazioni quotidiane della vita innesca un meccanismo di risveglio interiore che, quando viene messo in circolo, rappresenta l’inizio di un percorso di fioritura collettiva.

Un ultimo aspetto importante messo in dubbio dalla DaD è la scoperta della nostra vocazione, ossia di quella missione ritagliata apposta per ciascuno noi che orienta il nostro agire, aiutandoci a vivere pienamente e a dare una risposta alla domanda che ci ponevamo in apertura: perché cominciamo? Molto spesso sono gli altri a suggerirci l’identità di tale vocazione, vedendo in noi qualche capacità che non pensavamo neanche di avere e liberandoci sensazione di esser spogli, incompleti, insensati.

Ma come possiamo oggi, nella distanza, capire quale posto occupiamo nell’economia dell’essere? La sfida più grande, di fronte all’impossibilità di un contatto diretto e naturale con chi potenzialmente può scorgere qualcosa in noi, è ancora una volta approfondirsi, scovarsi, riconoscere il valore della molteplicità degli “Io” che ci rendono unici, e non, come la nostra società ci induce a pensare, frastagliati.

Per Essere davvero, piuttosto che sentirci definiti abbiamo bisogno di sentirci consapevoli. Blaise Pascal nei suoi “Pensieri” scriveva che “l’uomo è una canna, la più debole della natura, ma è una canna che pensa. Non serve che l’universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe comunque più nobile di ciò che l’uccide perché sa di morire e conosce il potere che l’universo ha su di lui, mentre l’universo non ne sa nulla”. Di fronte alla forza incontenibile degli eventi che si impongono sulla nostra linea di universo, la dignità dell’uomo consiste dunque nel pensiero, nell’indagine e non nel riempimento avventato del tempo. Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire per trasformare la nostra vita da “fabbrica” a “tempio” di idee.