A cura di Sara Distante

È del 23 Novembre la notizia che la Germania avrebbe introdotto delle “quote rosa” obbligatorie nei Consigli di Amministrazione delle società tedesche quotate in borsa, al fine di garantire una rappresentanza femminile di almeno un terzo. Lo stato tedesco, che si vede rappresentato dalla cancelliera Angela Merkel dal 2005, definisce l’introduzione di suddette quote “una svolta storica”, nelle parole del ministro federale per le donne Giffey, che condurrà la Germania verso la modernità e la parità di genere. In questo articolo, illustrerò brevemente perché credo che questa mossa, considerata storica, rappresenti in realtà il fallimento della lotta per la parità di genere nella Germania dell’inizio del XXI secolo.

Per cominciare, secondo quanto riportato dal “The Guardian”, la fondazione svedese-tedesca AllBright avrebbe affermato, in seguito ad un sondaggio risalente allo scorso settembre, che in Germania le donne tendono a costituire quasi il 13% dei consigli di amministrazione delle 30 società tedesche più grandi e con più liquidità che operano sulla Borsa di Francoforte, riportate nell’indice azionario blue-chip DAX.

Se paragonato alle percentuali di donne presenti in altri Paesi, quali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per esempio, questo 13% (12,8%, per essere precisi), rappresenta un dato estremamente basso.

Inoltre, quest’ultimo rappresenta il fallimento di un altro provvedimento da parte dello stato tedesco del 2015 che chiedeva alle stesse aziende di pubblicare degli obiettivi per la partecipazione femminile, al fine di colmare il divario che rende le donne estremamente sottorappresentate nell’alta dirigenza. Di conseguenza, questo fallimento ha evidenziato la necessità di includere degli standard obbligatori per assicurare una presenza femminile altrimenti ritenuta superflua e non all’altezza.

In seguito a quanto riportato, sembrerebbe ovvio il motivo per cui l’introduzione delle quote rosa non rappresenti una svolta storica e un grande passo verso la così definita modernità, ma bensì il contrario. L’inclusione delle donne negli ambiti ritenuti esclusivamente maschili, risalente a solo qualche decennio fa, è un’operazione che ormai viene ripetuta in diverse democrazie globali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Questo tipo di operazione tende ad assicurare la perpetuazione della gerarchia di genere e dei doppi standard, in quanto dipinge la presenza della donna in un ambito considerato maschile come una concessione e non come un diritto.

Di conseguenza, permettendo alle donne di accedere a certi settori, anche in determinate posizioni di comando tramite le quote rosa, non solo si spoglierebbe la donna stessa dell’impegno profuso per arrivare a meritare un determinato ruolo, ma crollerebbe tutto il sistema meritocratico stesso, in quanto uomini e donne non avrebbero pari opportunità di accesso alla carica e ad alcune donne la posizione potrebbe spettare di diritto, a prescindere dalle loro competenze.

È una linea sottile quella tra parità e disparità, spesso invisibile ai più. Probabilmente è per questo che il femminismo è ancora così sottovalutato da una parte, ed estremamente radicalizzato da un’altra. Allo stesso tempo, però, è bene sottolineare che le quote rosa non sono, di per sé, qualcosa da giudicare negativamente; al contrario, sono da apprezzare in quanto rappresentano una volontà di combattere la disparità di genere. Contrariamente, quello che dovrebbe far riflettere e che mi obbliga a considerare la loro introduzione un fallimento in ambito di lotta contro le disparità, è il motivo diretto della loro introduzione, ovvero l’insuccesso delle misure volontarie sopra citate.

Qual è allora il quadro che otteniamo?

E soprattutto, perché l’ennesimo tentativo di far sentire le donne parte integrante della vita politica di noi, come esseri umani, ci fa alzare gli occhi al cielo invece di esultare per i traguardi raggiunti?

Perché questi non sono traguardi.

Semplicemente la società in cui viviamo è una società in cui le donne hanno sì ottenuto diritti che molto meno di un secolo fa non avrebbero mai immaginato, ma la convinzione che questa lotta sia giunta al termine è solo questo, una convinzione, un’illusione. E le quote rosa nel 2020 in Germania, uno stato che viene guidato da 15 anni da una donna, sono quasi un’umiliazione, un contentino, il simbolo di una società sessista, spaventata da tutto ciò che potrebbe rappresentare una minaccia alla sua virilità. Su carta abbiamo molti diritti. Faccia a faccia quasi nessuno.

Un proverbio dice “Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Allo stesso modo, quando un problema è incorporato nella struttura sociale del nostro sistema, la mente delle persone non è e non può essere aperta ad un cambiamento che, secondo loro, non ha necessità di esistere.

Le quote rosa continueranno ad esserci così come continuerà ad esistere la necessità di applicarle, finché non avverrà un cambiamento più profondo – non umano, ma politico – del nostro modo di sistematizzare e dividere ciò che è naturale da ciò che abbiamo costruito. E lì, forse, risiederà il nostro buon senso e ci renderemo conto che il rosa è solo un colore e che le donne sono una risorsa utile al pari degli uomini.