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Quanto contano i giovani negli schemi della politica?

By Dicembre 18, 2018 No Comments

Politica, politiche, policy. Nessuno se ne interessa, tutti ne parlano. Gli anziani si lamentano della pensione, gli adulti delle tasse, i neo genitori si interrogano sull’utilità dei vaccini, e i giovani? Hanno, i giovani, delle reali tutele, leggi che li riguardano e nelle quali vi è la loro impronta? Esiste un campo da gioco entro cui possano realmente sentirsi i padroni di casa?

Vale a dire, esistono delle strategie governative strutturali e strutturate che pongano i giovani in primo piano rispetto a determinati temi?

Nel 2018 circa il 23% della popolazione ha un’età compresa tra i 12 ed i 24 anni; ed è proprio in questa fascia di età che avviene la transizione giovanile, verso l’età adulta: ragazzi e ragazze acquisiscono autonomia, conoscenze ed abilità e comprendono i valori democratici ed i diritti umani necessari per una efficace integrazione nella società.

In questo particolare periodo, ogni individuo è avvicinato a diverse tematiche che variano da persona a persona, e molto spesso tali differenze sono date dalla condizione geo-politica dei singoli Paesi: citando solo alcuni esempi, le problematiche trattate oscillano tra le disuguaglianze e vulnerabilità tra i giovani, l’abbandono scolastico e la disoccupazione, correlati, inoltre, alla difficoltà di completamento degli studi e all’aumento di lavori infruttuosi. L’inquietudine dei giovani è provocata dalla mancanza di una specifica dichiarazione dei diritti (ricordiamo quella dell’ONU dedicata soltanto ai minori di 18 anni , che non comprende dunque l’intera fascia presa ora in esame), ma anche dal sentimento di apatia che li colpisce quando la considerazione dei loro interessi e dei loro bisogni viene meno. 

Su scala internazionale, modelli di politiche giovanili sono prevalentemente proposte dal Forum Europeo della Gioventù, con sede a Bruxelles, che raduna ben 91 ONG e consigli nazionali della gioventù in Europa; è inoltre riconosciuto partner ufficiale del Consiglio d’Europa e delle istituzioni dell’UE.

Tra questi, abbiamo voluto assumere a buona pratica, il Braga Youth Action Plan, un modello di policy risalente al 2005 suddiviso in articoli. Soltanto nel primo di questi, il Forum stabilisce di elaborare, in tutti gli Stati, politiche giovanili durature ed intersettoriali, con il valore aggiunto di essere formulate dalla attiva collaborazione tra il governo e le associazioni dei giovani. Non solo, negli articoli successivi vengono trattati temi davvero delicati come i diritti dei portatori di disabilità, l’accesso gratuito all’istruzione, l’importanza dell’educazione “non formale” (l’insieme di tutti quei processi orizzontali, che applicano il principio del “learning by doing”), ma soprattutto la necessità di ogni Stato di possedere una raccolta ufficiale di diritti accessibile e conosciuta da tutti.

Il Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani, nel 2011, pubblica un programma di “promozione del coinvolgimento giovanile nelle cariche civiche”. Per quanto sostenuto nel terzo e nel quarto capitolo, i giovani sono la risorsa principale per lo sviluppo dello Stato: la loro presenza nelle decisioni nazionali è fondamentale per l’intera società e per il governo, che può operare al meglio includendo direttamente le opinioni di questa consistente parte di cittadini.

A questo punto potrebbe sorgere spontaneamente una domanda: sanno i governi davvero assorbire e inserire tra i punti programmatici della propria agenda questi modelli di policy?

Per le nazioni che hanno più “difficoltà” nella creazione di politiche giovanili nazionali, sono stati riconosciuti, e poi pubblicati, 11 indicatori per la loro formulazione, facilmente consultabili sul sito ufficiale delle Youth Policies. Tra i punti più stimolanti si trovano la promozione dell’educazione informale, la trasparenza della politica nei confronti dei giovani e una politica di informazione. Ciò che maggiormente colpisce, è appurare che la maggior parte dei paesi europei ingloba nel sistema di decisione delle leggi sui giovani le organizzazioni giovanili stesse.

I giovani, dunque “non devono essere più considerati soltanto fruitori, ma anche soggetti”. È così che uno dei punti del programma delle UN esordisce. Le politiche giovanili non possono più essere considerate “a breve termine”. La loro formulazione è fondamentale per un radicale miglioramento della società sotto tutti i punti di vista. La presenza attiva dei giovani nelle decisioni civili e sociali non dev’essere più una finalità, ma un presupposto, un punto di partenza fondamentale e necessario per la crescita di un Paese.

E l’Italia?

In questo senso, la situazione italiana ci preoccupa. Sembra mancare la capacità di assorbire modelli positivi e di promuoverli, non tutelando la fascia di giovani che attraversa la sopra detta “transizione”. Il sistema d’informazione si rivolge poco alle giovani generazioni: su tale scia, le UN si esprimono ritenendo che l’informazione debba essere disponibile ed accessibile a tutti eliminando ogni vincolo, ma, cosa più importante, essere comprensibile da ragazzi e ragazze, oltre che uno stimolo positivo per la conoscenza effettiva delle loro tutele e del loro importante ruolo sociale.

Inoltre, manca un serio piano di investimenti e politiche pubbliche volte all’inserimento dei giovani nella società: lo dimostra il dato sulla percentuale di NEET (persone non impegnate nello studio, nel lavoro nella formazione) in Italia, maglia nera europea. Lo Stato Italiano, sebbene si faccia promotore di istanze positive e propositive, non ha ancora elaborato una completa risposta strutturale al disinteresse dei giovani verso la politica e l’attività pubblica. Da qui nasce la necessità di promuovere ed incoraggiare tutte quelle realtà che curano l’interesse giovanile, rilanciandolo verso temi di rilievo generale come il proprio ruolo all’interno della vita pubblica.

Ad oggi, tuttavia, la società non sembra essere globalmente stimolante verso la fascia più giovane della popolazione perché questa risponda attivamente in questa direzione. Il disinteresse giovanile verso i processi pubblici e verso la politica nasce da una disabitudine al protagonismo: la parte più giovane della nostra società delega più che fare, poiché non sufficientemente responsabilizzata a decidere e a ponderare i pro e contro di una scelta. Imparare a decidere e a prendere posizione consapevolmente è parte di un processo lungo che dovrebbe essere promosso sin dai primi anni di scuola, dai cui banchi sembra essere svanita l’educazione alla cittadinanza. A questo si aggiunge la percezione, sempre più diffusa, di non essere sufficientemente ascoltati e che le cose non faranno che rimanere le stesse. Questo a causa di un lento assorbimento di nuove ed innovative istanze all’interno delle strategie governative.

In questo senso ci sentiamo di lanciare una provocazione: una società che rilanci un nuovo interesse dei giovani verso la politica sarebbe pronta a inglobarli nei propri processi decisionali? E se esistesse un Parlamento della gioventù? Se fosse stabilito un numero minimo di deputati con età inferiore ai 25 anni? Come potrebbero cambiare le cose se fosse data voce a giovani che hanno voglia di fare e non solo di delegare? Quanto potrebbe giovarne uno Stato che ha irrimediabilmente bisogno di novità?

Talvolta, immaginare qualcosa di completamente non ordinario, può sbloccare diversi ingranaggi ormai oltremodo datati.

Redazione