A cura di Tea Hoxha

 

1 febbraio 2021

Colpo di stato (fr. e ingl. coup d’état; sp. golpe de estado; ted. Stadtsstreich). – Si intende generalmente con questa espressione un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri. […] In senso più ampio s’intende per colpo di stato ogni violenta modificazione dell’ordinamento costituzionale vigente, anche se questa non sia dovuta a uno degli organi esecutivi.

Esattamente ciò che è avvenuto il primo febbraio 2021 in Myanmar, dove l’esercito ha preso il controllo del Paese destituendo il governo democraticamente eletto, ignorando la volontà dei cittadini e arrestando tutti i principali leader del partito di maggioranza e il capo del governo, la “Lady” Aung San Suu Kyi.

Con il recente golpe si chiude la breve esperienza e transizione democratica iniziata nel 2011, che ha portato il Myanmar ad indire elezioni libere dopo il lungo periodo di governo militare, cominciato nel 1962. Le ultime elezioni sono stata vinte con una maggioranza schiacciante – pari all’83% – dalla Lega per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. L’esercito, nonostante secondo la costituzione birmana avesse accesso al 23% dei seggi e alle cariche ministeriali più importanti, non ha voluto accettare il risultato e capitanato dal generale Min Aung Hlaing ha utilizzato accuse infondate di frode elettorale per assumere il controllo del Paese.

Il generale Min Aung Hlaing può far affidamento su una considerevole ricchezza – grazie anche al controllo di alcuni settori dell’economia del Paese – e ha costruito parte della sua fama  e del suo potere sulla persecuzione di diverse minoranze etniche nel Paese. Non ultima la persecuzione dei musulmani Rohingya, dopo che le forze del Myanmar hanno lanciato una brutale repressione contro la minoranza musulmana: dal 2017 a oggi quasi 24.000 Rohingya sono stati uccisi dalle forze statali del Myanmar e più di 750.000 rifugiati sono entrati in Bangladesh.

All’epoca il premio Nobel Aung San Suu Kyi aveva difeso l’esercito dalle accuse di genocidio e tenuto una posizione ambigua a riguardo proprio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia de l’Aia, danneggiano fortemente la sua immagine. Nonostante ciò il rapporto con l’esercito non è mai stato di piena collaborazione ma di convivenza forzata e la sua vittoria nelle ultime elezioni è stata vissuta dall’esercito come la minaccia definitiva al proprio potere consolidato e alla propria influenza.

Il generale ora si autoproclama nuovo capo del governo formato, promette nuove elezioni senza specificare quando e assicura che il potere verrà totalmente trasferito al partito vincitore. Volontà democratiche fittizie considerando che il processo di democratizzazione degli ultimi trent’anni non ha fatto incisivi passi avanti e i militari non si sono mai ritirati dalle vicende politiche e hanno tuttora una fortissima influenza nella vita sociale del paese.

Nel frattempo l’esercito ha velocemente serrato e blindato le comunicazioni all’interno del paese: le linee telefoniche sono spente, la tv non trasmette nulla, agli organi di stampa viene revocata la licenza, indetto un blocco dei social network, l’amministrazione pubblica è completamente immobilizzata.

 

Resistenza

La risposta del Myanmar al colpo di Stato è stata corale e unanime, il Paese ha dato vita al più massiccio movimento di resistenza civile – CDM, Civil Disobedience Movement – della storia recente.

Un movimento nato dalla fame di libertà – la stessa che continua ad animare le proteste – e partito dal sindacato dei medici di Mandalay allargandosi a milioni di cittadini di diversa estrazione sociale e background e molti ragazzi che scendono in piazza spinti da un forte senso di sacrificio e rivendicazione per i loro familiari, scomparsi e uccisi proprio come sta succedendo in questi giorni, durante la lunga oppressione militare.

Nonostante le retate, i pestaggi, le città infestate dai cecchini, gli attivisti scendono in strada pronti alla morte, con il gruppo sanguigno tatuato sul polso. Muniti di elmetti e maschere antigas, fra le strade si costruiscono barricate e gli scontri notturni con la polizia procedono a spari, arresti e sparizioni sospette.

Gli atti simbolici e pacifici di protesta da parte del movimento Anti-golpe sono numerosi e commoventi: i manifestanti hanno versato vernice rossa su strade, marciapiedi e fermate degli autobus in tutta la città di Yangon, la più grande città del Myanmar, per simboleggiare il sangue di coloro che sono stati uccisi nelle strade di tutta la nazione dalle truppe della giunta. “Il sangue non si è asciugato” recita uno dei numerosi messaggi sparsi per la città. E ancora: mazzi di fiori nei luoghi dove i manifestanti sono stati uccisi o, come abbiamo assistito durante la domenica di Pasqua, hanno portato uova dipinte dei simboli e slogan della protesta. Alzano la mano con le tre dita tese, simbolo nato dalla saga letteraria di Hunger Games e diventato sinonimo di resistenza all’oppressione della tirannia.

Si stima che dall’inizio delle proteste i morti siano stati più di 550, senza considerare i feriti gravi, i dispersi, coloro imprigionati. Tra le vittime dell’ indiscriminato e feroce attacco da parte dei militari e della polizia vi sono anche 46 bambini.

Nonostante uno sviluppo drammatico, gli attivisti hanno costruito una nuova economia pop-up per sostenere i colleghi dissidenti, reti per contrabbandare i disertori della polizia fuori dal paese, ottenuto il sostegno di più gruppi di milizie che affermano di rappresentare varie minoranze etniche emarginate sparse per i confini del paese.

Infatti, per alcuni nelle grandi città del Myanmar, la malvagità della giunta ha risvegliato una ritrovata solidarietà con le comunità etniche a lungo maltrattate e perseguitate dallo stato.

Il paese sta affrontando la minaccia imminente del collasso economico, dell’implosione dello stato e dei conflitti interni – fattori che fanno temere che una guerra civile non sia più uno scenario da escludere.

 

La Comunità Internazionale

Le atrocità commesse dai militari in Myanmar hanno attirato l’attenzione della comunità internazionale. Nonostante lo shutdown dei social media, le immagine delle violenze nel paese stanno riuscendo a circolare in tutto il mondo.

Finora, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e molti paesi dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN, il principale blocco geopolitico della regione) hanno condannato “fermamente” le violenze contro i manifestanti anti-golpe ma non sono riusciti a raccogliere alcuna risposta diplomatica significativa a quella che sembra una crisi a spirale.

Per quanto al fronte occidentale, Stati Uniti, Canada e Unione Europea hanno rafforzato le sanzioni esistenti, introdotte a seguito della crisi dei Rohingya nel 2017 ma lo spazio di manovra risulta molto ristretto in quanto i generali golpisti non hanno conti bancari e non fanno affari con l’occidente ormai da anni. Le sanzioni occidentali sono quindi armi spuntate.

La comunità internazionale, pur con pochi strumenti a disposizione, è chiamata ad agire in maniera più incisiva se vuole davvero fermare i massacri.

 

Assetto Politico

Il Myanmar ha vissuto una breve parentesi democratica come democrazia illiberale: un assetto politico caratterizzato da un regime in cui coloro che detengono il potere si preoccupano poco dei diritti individuali, la democrazia non va molto al di là delle elezioni e si basa su un leader/ente autoritario, anziché su istituzioni solide. Da questo punto di vista, il sistema è più simile al regime autoritario che alla democrazia liberale ed è una forma particolarmente comune nei territori caratterizzate da una povertà endemica, divisioni etniche, religiose o economiche, preponderanza delle risorse naturali nelle entrate pubbliche, minacce esterne effettive o presunte. In quanto fortemente personalizzate, le democrazie illiberali sono tendenzialmente instabili nel lungo periodo – esattamente come in Myanmar.

Paese che ora presenta nuovamente i tratti del regime militare, forma di governo che tipicamente nasce proprio da un colpo di stato ed è caratterizzato da una scarsa ideologia, a cui fanno appello topos politici quali l’ordine e la sicurezza nazionale, il leader militare domina l’esercito e governa in maniera personalistica.

L’oligarchia militare comporta un gruppo di militari che vengono prima coinvolti nel golpe e poi nell’amministrazione stessa del regime. In ogni paese l’esercito ha il monopolio della forza e le condizioni che ne facilitano l’avvento politico sono la profonda crisi economica, bassa legittimità del governo in vigore, illegalità, violenza e corruzione, conflitti etnici e religiosi.

La lunga storia dei colpi di stato militari in Myanmar è un esempio lampante.

E’ cruciale però sottolineare che questa volta, come dimostra l’instancabile resistenza civile, non sarà così facile e scontato per i generali mantenere il potere; soprattutto dopo che i cittadini hanno conosciuto i vantaggi di una transizione democratica che ha promesso loro libertà politiche e civili mai avute prima, mostrando che vi è un’alternativa al dispotismo.

Risuonano allora profetiche le parole di Alexis de Tocqueville – storico, filosofo e grande studioso della democrazia – “in una rivoluzione, come in un racconto, la parte più difficile è inventare un finale.”