A cura di Jacopo Cerpelloni

È cosa nota che l’Intelligenza Artificiale (IA) sia uno strumento trasversale, potenzialmente tale da influenzare qualsiasi ambito produttivo e d’indagine dell’uomo. Ma in un ambito prettamente artistico-creativo come quello della musica, specialmente nell’atto creativo per eccellenza (ossia quello della composizione), quali suggestioni può lanciare e quali condizionamenti può porre l’IA?

Si ricorda che l’attività compositiva non si basa unicamente su rapporti logico-antitetici (giusto/sbagliato, vero/falso…), ma anche su arbitrarie scelte emotive legate alla creazione e allo sviluppo di un materiale sonoro, sulla strumentazione e finanche su posizioni etico-filosofiche. Nell’ambito compositivo, l’IA può portare sia agevolazioni al libero arbitrio della scelta compositiva che determinare una composizione a partire dal nulla, senza la necessità dell’intervento del compositore.

Esempi di meccanismi tali da aiutare le scelte arbitrarie dell’atto compositivo, ancor prima dell’avvento dell’IA, ce ne sono stati parecchi, uno fra tutti il Musikalisches Würfelspiel di Mozart (ossia il gioco musicale che permetteva anche agli analfabeti musicali di comporre un semplice minuetto tramite il lancio dei dadi).

Ma la storia della composizione ha conosciuto anche sistemi tali da permettere a chi scrive di creare un’opera da zero senza l’uso del libero arbitrio, come nel caso del brano Music of Changes di John Cage, scritto interamente tramite l’uso di una scacchiera di 64×64 celle (in ogni cella viene inserito un valore caratterizzante il tipo di suono, la durata e il volume) dove, tramite meccanismi casuali gestiti da un calcolatore, avviene la scelta all’interno di queste possibilità.

Furono però la scuola di Darmstadt e il nascente Strutturalismo coloro i quali sondarono più a fondo le potenzialità del creare musica attraverso l’uso di algoritmi e processi compositivi “suggeriti dalla macchina”.

Il caso più interessante, da questo punto di vista, è rappresentato dal compositore e didatta Franco Donatoni, fra i cui periodi compositivi si trova anche il cosiddetto Negativismo. Si tratta di una filosofia compositiva consistente nella volontà di negare l’io creatore in virtù di una composizione più “oggettiva”, legittimando matematicamente ogni aspetto della propria opera attraverso l’uso di processi numerici e algoritmi: in altre parole, l’autore identifica una determinata una serie di note, durate, dinamiche e altro e, attraverso l’uso di algoritmi, induce il proseguimento di tale incipit. Purtroppo, tali algoritmi oggi sono cenere, in quanto il compositore aveva la premura di bruciarli al termine della scrittura delle proprie opere. Attualmente, tali processi sono oggetto di studio e non tutti sono stati compresi. Forse un giorno, anche attraverso l’applicazione dell’IA alle opere del Maestro, sarà possibile comprendere i meccanismi compostivi adottati.

Oggigiorno, con l’inclusione dell’IA in campo musicale, si possono comporre opere nello stile di Bach, Mozart e Rachmaninov (vedi gli esperimenti di David Cope, creatore di EMI); apprendere le caratteristiche delle melodie dei Beatles e comporre il brano Daddy’s Car (esperimento riuscito al Sony Csl Research Laboratory); comporre la “propria colonna sonora” (attraverso sistemi come AIVA, ideato da Pierre Barreau); scrivere tutte le voci di un corale bachiano fornendo al processore la sola melodia del soprano (il sogno di qualsiasi studente di armonia alle prime armi).

I lavori che nascono da tali processi suonano ancora macchinosi, naturalmente disumani: nessuna macchina è attualmente capace di imitare alla perfezione il flou di Debussy, il coinvolgimento di una canzone anni ’60 o la Maraviglia barocca. Per ora.

Ma quali altri impieghi potrà trovare l’IA nella composizione musicale? Sono tante, ad esempio, le opere rimaste incompiute dai più grandi compositori (l’Arte della Fuga di Bach, il Requiem di Mozart, l’Incompiuta di Schubert, la Decima Sinfonia di Mahler, Turandot di Puccini, Lulu di Alban Berg…): è ipotizzabile un futuro nel quale siano dei calcolatori oggettivi a “studiare” le opere completate dai compositori e dai rispettivi contemporanei, ad analizzare le opere incompiute e a determinare lo sviluppo e la conclusione di quest’ultime?

Tale futuro immaginario, più che un’ipotesi, è già realtà. Infatti, in occasione dei 250 anni dalla nascita di Beethoven, avvenuta il 16 dicembre 1770 (Buon compleanno, Ludwig!), col supporto dell’IA battezzata “Beethoven-KI (Künstliche Intelligenz)” e partendo dai soli schizzi preparatori lasciati dal compositore di Bonn prima della sua morte (avvenuta a Vienna il 26 marzo 1827), è stata completata la Decima Sinfonia: un progetto ambizioso, che ha impegnato per più di un anno gli esperti di computer Mark Gotham della Cambridge University, Ahmed Elgammal della Rutgers University e Nikolai Böhlefeld di Salisburgo, e due esperti di musica, il compositore di musica per film Walter Werzowa di Hollywood e il pianista Robert Levin, emerito di Harvard.

Tuttavia, per quanto lodevole, tale operazione presenta un difetto fondamentale, risiedente nella natura stessa dell’opera sulla quale si va ad agire: le sinfonie di Beethoven hanno sempre rappresentato una novità nel panorama musicale europeo (per quanto alcune di esse si ispirino a canoni compositivi del passato), dunque immaginare un’opera del genere è letteralmente impossibile, in quanto si dovrebbe fare affidamento a un’Intelligenza Beethoveniana, più che a un’Intelligenza Artificiale (potrebbe essere una sfida accattivante per le neuroscienze?). Tuttavia, al netto delle carenze gnoseologiche di tale operazione, l’ascolto della Decima rimane il sogno platonico di ogni musicista che abbia intrapreso una carriera musicale di stampo Accademico, dunque è più che giusto apprezzare tale esperimento, proprio in virtù di quell’intimo e indomabile desiderio di ascolto che John Cage ha tanto perseguito. L’unico dispiacere che si potrebbe provare dopo l’ascolto della Decima sarebbe che non potremmo più parlare della maledizione della nona…

L’avvento dell’IA in campo musicale, tuttavia, porta con sé anche una notevole quantità di nuovi interrogativi, ossia di questioni che possono destabilizzare l’ormai precario equilibrio fra i vertici del triangolo musicale (compositore, interprete e pubblico), che alcuni autori (per esempio il precedentemente citato Cage) hanno già indiscutibilmente smussato.

Gli “incidenti di percorso” (o “occasioni di riflessione”, dipende dai punti di vista) che si presenteranno sono, ad esempio: un’IA sarà un valido aiuto al prezioso lavoro interpretativo di un musicista o ne sostituirà in toto le qualità performative e la relazionale capacità comunicativa interprete-ascoltatore?

Quale interesse potrà trovare un pubblico ad assistere a un’esperienza d’ascolto frutto di una mente “perfetta”, carente quindi di qualsiasi inflessione emotiva, sia interpretativa che compositiva?

L’IA supporterà i compositori nell’atto creativo o ne surclasserà qualitativamente i traguardi?

E quale significato assumerebbe il comporre se una macchina così fredda, dura, prosciugata, refrattaria e totalmente disanimata si dimostrasse superiore alle qualità del compositore?

Nel caso meno fortunato, sarebbe curioso notare come un modello di pensiero artistico di stampo orientale (sempre più elitario e condizionato da altre logiche), fondato tanto sull’abilità artigianale del riprodurre e del copiare più che del creare, quanto sull’effettiva assenza di un “emittente” (come direbbe Umberto Eco) dell’opera d’arte, torni alla ribalta in risposta alla summa degenerativa del pensiero logico-matematico occidentale, ossia l’abbandono del libero arbitrio nell’indagine speculativa in favore di una macchina rispondente ai canoni di crescente comodità su cui si poggia il nostro modello di pensiero. Infatti, avendo a disposizione una macchina “perfetta” che potrebbe sostituirsi al compositore, ha senso parlare di autore di un’opera?

E potendo contare su tali mezzi, capaci di apprendere, copiare e rielaborare un prodotto simile ma diverso (più che creare), ha senso parlare di “esclusività” di un’opera artistica?

Il concetto stesso di diritto d’autore, il fondamento dell’ego occidentale del capitalismo artistico, potrebbe venire meno.

Le precedenti sono questioni declinabili nei più disparati campi artistici e d’indagine speculativa in genere. Tuttavia, la domanda principale, che detta la Visione a tutte le altre, è una sola: dove ergeremo le colonne d’Ercole dell’Intelligenza Artificiale? Una riflessione sul limite kantiano, dove l’IA assurge a nientepopodimeno che il ruolo di Dio, potrebbe essere avanzata sotto qualsiasi campo d’indagine: il rischio di non porsi tali quesiti è quello di rendere inope la nostra stessa natura di esseri umani.

Da compositore, spero solo che il campo da gioco che sceglieremo di dare all’Intelligenza Artificiale ci permetta di fare luce sugli algoritmi di Franco Donatoni.