All’Europa e agli Europei,

«[…] Perciò vi dico: lasciate che l’Europa sorga!»

Winston Churcill, Università di Zurigo 19 settembre 1946 

Il 26 Maggio si vota per il rinnovamento del Parlamento Europeo. Per noi, cittadini europei, è il voto più importante dal secondo dopoguerra, e noi ragazzi siamo chiamati ad assolvere a un grosso compito. Sarà il voto più massiccio, come diritto al voto, per le ragazze e ragazzi nati nel nuovo millennio. Abbiamo il dovere di rispondere a questa chiamata con forza ed energia.

Vi chiederete perché.

Perché è cosi importante.

Perché non esiste cosa più importante che votare.

Votare

Votare non è un diritto. Votare è un dovere.

Votare non è solo un verbo, non è una parola ma è un esercizio di sintesi: è la sintesi di storie e di Storia.

Storie di uomini come quella de “Il rivoltoso sconosciuto”, così si suole chiamare il protagonista di una delle foto più significative del XX secolo. Un uomo, senza un volto, senza nome, che si parò dinnanzi ai carrarmati del governo cinese perché decise che la sua vita sarebbe valsa il prezzo dell’essere liberi, un giorno. Quel giorno, invece, morirono come lui, tra le 186 e le 1000 persone. Tutte invocando la libertà.

Votare è sintesi di storie di donne, basti pensare alle suffragettes, che per le strade di Londra sfidavano la repressione del governo per affermare la parità sacrosanta che esiste tra uomo e donna. Votare è ri-percorrere la Storia, quella Storia che ha visto morire i nonni di questa generazione o i suoi bisnonni con il fucile in mano, in lotta per la libertà dai totalitarismi.

Il voto è il racconto di tutti questi volti, delle grida di dolore e di una speranza. La speranza che un giorno chi fosse venuto dopo di loro, avrebbe potuto essere libero ed esprimersi. Il voto è lo strumento più potente con cui esercitiamo il nostro diritto a essere liberi, con cui si rinvigorisce la democrazia: è lo strumento con cui onoriamo e rendiamo immortali quelle donne e quegli uomini.

Non disonorare. Votare è questo.

Europa

Europa, invece, più che una parola o una sintesi, è un’incredibile storia, una di quelle che ci facevamo raccontare prima di andare a dormire da bambini. O forse, al contrario, è la storia di un sogno.

Europa è una risposta, soprattutto.

La nostra vedete è una generazione strana, molle: sappiamo, usciti da questa classe, che ritorneremo a casa, e chi troverà un piatto o dovrà cucinarselo ma saprà di avere un tavolo, un frigo e una persona con cui condividere quel pasto. Siamo la generazione del dare tutto per scontato.

Chi è venuto prima di noi va ammirato: non aveva certezza di nulla. 

Un’Italia dilaniata dai proiettili, soffocante e ansimante tra le sue stesse macerie non lasciava spazio alle certezze: uomini che non avrebbero rivisto i figli, donne che non avrebbero mai più riabbracciato mariti, bambini che non avrebbero potuto più dire mamma o papà…nonni che non poterono mai e mai sarebbero diventati davvero nonni. La guerra è questa: un vento di solitudine.

Quegli uomini e quelle donne lottarono, con la vita se necessario, perché gli fosse restituita la certezza dell’oggi. Non del domani, né del “poi vediamo”, il nostro poi vediamo. Quella generazione era durissima.

Ne fu un esempio la classe politica che ne fu espressione negli anni del dopoguerra. De Gasperi, De Nicola, Einaudi, Pertini. Portavoce del desiderio di libertà, di dibattito, della Repubblica.

Fu così che da quella forza d’animo straordinaria nacque una suggestione potentissima: cambiare la risposta. A ogni problema la risposta non sarebbe più stata “Io” ma “Insieme”.

O Europa come la si suole chiamare.

Trattato di Maastricht, 7 Febbraio 1992

Insieme

A quegli uomini mancò, però, un passo decisivo. Avere una visione lunga non significa costruire una coscienza lunga. L’Europa nacque come un sogno, ma non costruì cancelli per la paura.

Si dimenticarono di 50 anni prima, e di quello che aveva fatto la paura. La paura del mondo che si apre sotto i nostri piedi, la paura del multiculturalismo e delle nuove tecnologie che, invece, il mondo lo rimpicciolivano. La belle époque del razzismo, dell’antisemitismo, del suprematismo, dell’odio.

Quest’Europa fu un po’ come tuffarsi dopo un anno nelle acque limpide e rinfrescanti del mare: nuotare e nuotare. Finché non abbiamo alzato la testa e ci siamo resi conti di essere davvero tanto lontani dalla riva.

E lì fiorisce la paura, lontana dai punti di riferimento, lontana dalla riva. Lontani dalla riva, tutto ci sembra minaccioso e pericoloso. Non vedere il fondo fa riemergere le nostre paure più abissali.

Perché l’uomo è fatto così: ha bisogno di recinti. 

Cos’è la prima cosa che cerchiamo lontani da casa? Un luogo, il nostro luogo.

Ciò che questa Europa si dimenticò fu che lontano dalla riva tutti abbiamo paura: e lì puoi fare due cose o ritorni indietro o ti costruisci la tua piccola isoletta in mezzo al mare.

Lo abbiamo iniziato a fare, ma non come avremmo dovuto fare. Eppure, di strada ne abbiamo fatta. Oggi con 50 euro e un pezzo di carta (la carta di identità) si può andare un po’ ovunque. Domani mattina chiunque di voi lo desiderasse potrebbe studiare ingegneria a Parigi, piuttosto che Economia alla London School of Economy o alla Maastricht Business School. Oggi possediamo un pazzesco comun denominatore: la parola europeo. Ognuno di voi, di noi, è ancor prima che cittadino Italiano, Cittadino Europeo. E credetemi che nel cuore c’è spazio per due patrie: lo stivale e il vecchio continente.

Eppure quanti si dicono europei? Quanti, se interrogati sulla propria cittadinanza rispondono “Sono Europeo”?

Visione lunga non è coscienza lunga, per l’appunto.

Quell’isola in mezzo al mare, alla libertà, dopo quel 7 Febbraio 1992 (trattato di Maastricht) che ha sancito la nascita dell’Unione Europea, ha smesso di formarsi, tra chi ha dato per scontato il fatto di essere europeo tanto da scordarsene e chi si è dimenticato di quanto ci fosse voluto a costruire quel piccolo lembo di terra in mezzo al mare.

E l’Europa è diventata quello che è oggi: una crepa, uno spazio e non un luogo, pieno di problemi e senza una vera identità.

Oggi è maledettamente importante scegliere.

Tornare a Riva o costruirci una nuova riva.

Non c’è tempo per continuare a prendere il sole in mezzo al mare, non c’è spazio per chi ha intenzione di chiamare una barca perché lo conduca da una o dall’altra parte.

Dovete, dobbiamo votare e posizionarci. Con grande consapevolezza, ma è arrivato il momento di dover scegliere da quale parte stare. E se lo sceglierete, da soli, ne sarà valsa la pena, in ogni caso, perché avrete onorato la democrazia e la libertà.

Fatelo, anche se nulla sembra rappresentarvi. Ricordatevi dei volti delle persone che hanno lottato perché aveste questa possibilità, ricordatevi di chi si è fatto ammazzare per la libertà.

Non saremo mai davvero cittadini fin quando non avremo il coraggio di scegliere e lottare per questa immensa possibilità.

Il 26 Maggio vota.

Emilio Siciliano