Avere 18 anni significa dover capire quale strada scegliere  per il proprio futuro, significa abbandonare ciò che ci ha sempre definito per specializzarsi in una cosa o poco più, significa cambiare “il modo verbale di vivere”: “faccio” e non più “vorrei fare”.

Cambiamo noi stessi.

Per farlo è necessario capirsi, analizzare le proprie capacità e competenze, oltre che come saperle applicare in modo da farne, un giorno, un progetto di vita.

Tuttavia, quando si tratta di “fare”, di professioni da praticare, di progetti da attuare, non si menziona mai l’essere in sè. Si parla di “progettare”, non “progettarsi”. Lavorare e non vivere.

“Gettarsi”, o “pro-gettarsi”, significa comprendersi in base alle proprie possibilità, al di là di “farò questo e quest’altro”. Significa prendere una posizione rispetto a se stessi e ad un mondo che non aspetta nessuno ma ospita chiunque. Significa prendere ciò che ci è dato come gratuito, renderlo nostro, per poi “lasciare che sia”, nel senso di moto perpetuo di soddisfazione frutto di impegno nel progetto che ci realizza.

Ma che importanza ha il progettarsi?

In realtà non è pura speculazione teorica e idealista: è molto più concreto di quanto sembri.

Il sistema educativo italiano impone una scelta ad occhi socchiusi a ragazzi e ragazze delle scuole medie quando si trovano a dover selezionare un particolare indirizzo specifico per la scuola superiore, ma a tredici anni non si è ancora troppo consci del fatto che il liceo è, di fatto, un “trampolino” per il futuro, né del fatto che nonostante tutto si può sempre cambiare percorso in vista del quinto anno e dell’università. Perché è proprio quest’ultima ad essere, nella maggior parte dei casi, determinante per la persona e per il proprio percorso. Permette, infatti, di gettare le basi per la costruzione della propria figura, professionale e non, in modo da poterci gettare nel mondo del lavoro con determinate competenze specifiche e trasversali che ci rendono, di fatto, unici e pronti. Pronti ad essere, a mostrarsi, a presentarsi come “questa/o sono io”.

Non è solo la preparazione didattica a definirci, ovviamente. Sono le esperienze, ciò che viviamo, le persone con cui entriamo a contatto e dalla cui vita possiamo sempre imparare e assimilare qualche insegnamento; la nostra persona non è altro che l’insieme ponderato delle nostre percezioni e degli altrui flussi esistenziali, ma siamo noi gli architetti del palazzo che ci identifica.

Il progettarsi è di definitiva rilevanza nella società odierna in quanto non solo il mondo lavorativo diventa sempre più competitivo, ma anche perché in un ambiente in evoluzione esponenziale come quello che si prospetta a venire è necessario che la propria unicità emerga dalle masse, che i singoli si rendano conto di essere i propri progetti di vita, dell’importanza del costante miglioramento al fine di raggiungere una situazione di felicità. Essere, gettarsi, nella propria felicità.

Alessia Lorenzi