Le parole del 2019: introduzione alla rubrica

Se un anno fosse un libro, chi lo scriverebbe?
Impossibile dare un nome, impossibile individuare una penna. Potremmo provare a chiederci, piuttosto, chi o cosa scriverà più pagine; quali capitoli saranno i più intensi ma ancora, non potremmo trovare risposta. Perché ognuno, scriverà, inevitabilmente la propria di pagina, e sarà intensa e lunga a modo proprio: la pagina di una vita o una pagina di vita; una pagina di cambiamento, una pagina che sa di Storia o che racconta una storia, la propria o quella di tanti. Insomma se dovessimo parlare di penne o pagine, la discussione sarebbe così lunga da dimenticarsi che cosa era importante: quel libro, quell’anno.

Sarebbe, forse, più utile parlare di parole, perché le parole non appartengono a nessuna penna né ad alcun scrittore, ma appartengono alle pagine che ne sono colorate e imbevute. Alcune parole si perdono tra storie e Storia, altre le collegano in modo indissolubile.

Vogliamo provare, a darne alcune, quelle che secondo noi coloreranno le storie del 2019, e ne racconteranno, tra 365 giorni, la Storia , attraverso una rubrica che raccoglierà le parole che ci sentiamo di eleggere a principesse di questo nuovo anno, le nostre speranze e aspettative.

EUROPA

Una parola che dipende dal 2019, un 2019 che dipende da questa parola.

L’Europa è diventata, oltre che un mero perimetro geografico, uno dei più belli esercizi democratici del Mondo.

Quando, camminando per le strade gli abitanti europei affondavano i piedi tra le macerie, cominciò a nascere una volontà: unirsi. Unirsi contro le divisioni, contro la voglia di predominio, rimanendo fedeli a una promessa: saremmo rimasti noi stessi, gli italiani italiani, i francesi francesi, gli inglesi inglesi, ma ad un problema la risposta sarebbe stata sempre e soltanto “insieme”. Insieme a chi morì sognando un giorno che invece di spararci, ci saremmo abbracciati, in nome della democrazia e della libertà.

Da sinistra a destra: l’italiano Alcide De Gasperi, il tedesco Konrad Adenauer e il francese Robert Schuman, tre dei “Padri fondatori” dell’Unione Europea

L’Europa con gli anni, ha assunto la forma di una confederazione, abbracciando 27 stati membri, raccogliendoli sotto una bandiera, unendoli con un inno, “l’inno alla gioia”. Si è dimenticata, però, che fatta l’Europa, avremmo dovuto fare gli Europei (e non di calcio). Si è dimenticata, che insieme non vuol dire insieme solo economicamente ma anche e soprattutto a livello sociale.

Non è mai nata una coscienza europea che fuoriuscisse da quei tavoli costituenti, non è nata una volontà europea, un’unione fra popoli: siamo troppo diversi per diventare Stati Uniti d’Europa, ma non troppo per rispondere “sono cittadino italiano ed europeo”; “sono inglese ma vivo in Europa”.

Così, l’Europa come progetto è passata in secondo piano, chi ci è nato l’ha data per scontata perché gli hanno detto che ci viveva, e chi l’ha vista nascere se ne è dimenticato. Non c’è nulla di più deleterio a lungo andare di dimenticarsi di un qualcosa, perché questa alla fine sparirà.

La Brexit è stato il primo segnale di una crepa ormai irreparabile, che sembra in procinto di trasformarsi in un abisso. Dal 23 al 26 Maggio 400 milioni di cittadini potranno decidere le sorti di un sogno. Voteranno anche i nati nel 2000 e nei primi mesi del 2001, daranno, daremo uno dei voti più importanti dal secondo dopoguerra. Sembra che il 2019 debba destare quelle coscienze sopite che hanno preso l’Europa come un qualcosa che ci sarebbe stato, sempre così, libera e in apparenza, unita.

Siamo pronti a metterci in testa che bisogna cambiare?

Lo scopriremo presto, intanto in molti non vogliono smettere di credere a quel sogno che altri prima di noi, sotto le macerie coltivavano. In tanti vogliono che quelle idee continuino a camminare sulle loro gambe, sulle nostre giovani gambe.

E a Maggio ci alzeremo dal letto e voteremo, perché non esiste strumento più bello di un voto per scrivere una storia, una storia così importante.

Emilio Siciliano