A cura di Sara Distante

 

Dopo un anno in cui le notizie sono state monopolizzate dai bollettini della pandemia e dalla ricerca del vaccino per il Covid-19 prima e della campagna vaccinale dopo, la morte in mare delle le persone che attraversano il Mediterraneo su un barcone tornano a fare notizia.

12,839 gli arrivi tramite mare dall’inizio del 2021, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). 196 registrati solo il 10 maggio. I morti o dispersi in mare sfiorano i 1000 ogni anno; un numero grande che però sembra quasi insignificante paragonato ai 3000 e 4000 morti e dispersi registrati ogni anno nel pieno della crisi europea dei migrant (2014-2016)i. Il dato più allarmante, però, e di cui non si parla mai, è quello che riguarda tutte le persone respinte al confine Italiano e costrette a ritornare in Libia. Ovviamente, i flussi migratori non riguardano solo l’Italia e la Libia; ci sono numerosi migranti che arrivano in Italia tramite vie secondarie o partendo da altri Paesi. Questo articolo, però, ha come scopo principale quello di illustrare il lato ancora più buio del viaggio nel Mediterraneo che i migranti in partenza dalla Libia devono affrontare: il viaggio quello di ritorno. Perché l’Italia ha degli accordi bilaterali con la LIbia che risalgono ai primi anni 2000 e che sono stati rinnovati e modificati durante gli ultimi due decenni; questi accordi hanno normalizzato delle pratiche irregolari, con conseguenze umanitarie così disastrose da spingere diverse ONG a denunciare il nostro Paese alla Commissione Europea per alcune violazioni di accordi Internazionali e non. In questo articolo, proverò ad illustrare delle dinamiche che spesso vengono omesse dai media italiani e che celano un altro lato, altrettanto tragico, dell’emergenza migratoria.

 

Accordi Italia-Libia e politiche irregolari

I primi accordi bilaterali firmati da Italia e Libia risalgono al 2000-2005, quando l’Italia inizia la sua collaborazione con la Libia, appunto, per combattere terrorismo, crimine organizzato e migrazione irregolare ed in seguito per contrastare la tratta dei migranti (da non confondere con il traffico dei migranti). Per fare questo, l’Italia ha persino fornito strumenti tecnici e training agli ufficiali libici. Nel 2007 le cose cambiano: gli accordi vengono allargati per includere il pattugliamento delle coste e dei porti Libici ed Italiani, mentre le pratiche per normalizzare il rimpatrio di tutti i migranti irregolari ed illegittimi che avevano transitato in Libia vengono sviluppate. Nel 2008 viene poi firmato il Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione tra l’allora Primo Ministro Italiano, Silvio Berlusconi, e il Colonnello Gheddafi in nome della sicurezza, mentre i diritti umani dei migranti su entrambe le sponde del mar Mediterraneo vengono violati.

Per quanto riguarda l’Italia, le politiche di accoglienza dei migranti sono andate peggiorando nel corso degli anni. Se gli SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati), i primi centri di accoglienza nati in Italia, offrivano ai migranti riparo, consulenza legale ed ogni tipo di assistenza, già dal 2004 assistiamo allo sviluppo dei centri di permanenza temporanea (CPTA) mirati semplicemente ad ospitare tutti i migranti in attesa di essere espulsi o rimpatriati. Ad ogni modo, questi centri hanno continuato ad evolversi nel corso degli anni, adottando politiche sempre meno trasparenti e sempre più superficiali, dovute ad una mancanza di fondi e a diverse azioni illegali che si celavano dietro alcune pratiche. Infatti, come già menzionato precedentemente, diverse ONG hanno notato l’irregolarità e il disordine nella gestione della ricezione dei migranti arrivati via mare e hanno denunciato due grandi violazioni: quella del divieto all’espulsione collettiva prevista nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e la  violazione del principio di non-refoulement o non respingimento previsto nella Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo statuto dei rifugiati e nella Convenzione contro la Tortura. Dal canto suo, l’Italia ha giustificato tali comportamenti dichiarando che le sue non potevano essere dichiarate politiche di espulsione se ai migranti non veniva neanche concesso il diritto di ingresso.

 

Esternalizzazione e violazione dei diritti umani in Libia

E’ dopo il 2011 però, con l’inizio della guerra civile libica e la caduta di Gheddafi, che l’Europa è chiamata ad affrontare l’emergenza profughi. Dal 2011 in poi le politiche migratorie degli stati membri si inaspriscono e varie operazioni vengono lanciate. In seguito al naufragio di Lampedusa del 2013, quando quasi 400 persone persero la vita, il governo Italiano lancia l’operazione Mare Nostrum, che ha lo scopo di prevenire ulteriori morti in mare. L’operazione ha successo sul fronte relativo alla gestione della tratta dei migranti nel Mediterraneo, ma i suoi costi politici ed economici non permettono la sua continuazione, quindi viene sostituita da FRONTEX: Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera. Purtroppo, però, questa operazione renderà solo più pericoloso il viaggio verso le coste dell’Italia e causerà ancora morti in mare.

Nel 2017, l’Italia firma un Protocollo d’Intesa poi rinnovato nel 2020, che prevede a tutti gli effetti un’esternalizzazione delle politiche migratorie Italiane, abbandonando l’intera responsabilità sulla Libia. Lì, però, i migranti si trovavano e si trovano tuttora ad affrontare severe violazioni dei loro diritti. Tralasciando la validità dubbia del protocollo, in quanto firmato da un governo che controlla solo una parte della Libia, le violazioni dei diritti umani in quest’ultima sono ben noti. Oltre ai campi/centri di detenzione finanziati dall’Italia, la tratta delle persone, dei beni e delle armi è una delle maggiori fonti di guadagno dei cittadini libici dall’inizio della guerra. Inoltre, chiunque voglia transitare in Libia è soggetto ad intercettazione nel deserto e a rapimento, sfruttamento e/o stupro. Molti dei migranti che attraversano la Libia per arrivare in Europa, infatti, non riescono neanche a salire sui famosi barconi. Vengono trattenuti in questi centri di detenzione, sfruttati e torturati. Alcuni uomini sono costretti a vendere le proprie mogli per poter proseguire il viaggio, ragione per cui molte donne migrano mentre sono ancora incinta o hanno appena partorito.

La Libia, inoltre, non è uno dei paesi firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951 e ha una politica migratoria incostante che non separa né riconosce i richiedenti asilo e i rifugiati. Di conseguenza, espellere i migranti, o in questo caso, affidare il controllo dei migranti respinti al confine Italiano alle autorità libiche, effettuando una politica di esternalizzazione a tutti gli effetti, significa condannare queste persone a morte o tortura certe. Infatti, nonostante la maggior parte dei migranti che arrivano nel nostro paese non siano di origini libiche, ma provengano da diversi Paesi Africani ed Asiatici, tra cui Tunisia, Costa D’Avorio, Egitto, Algeria, Bangladesh e così via, il governo Italiano, attraverso questo protocollo d’intesa, fa si che queste persone tornino in Libia. Infine, questo protocollo d’intesa che, ricordiamo ancora una volta essere stato rinnovato lo scorso anno, non contiene una clausola che permetta all’Italia di assicurarsi che nessuna violazione dei diritti umani stia avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo.

Possiamo concludere, quindi, che il nostro Paese è riuscito a bloccare l’ingresso di migliaia di migranti negli ultimi anni, ma pagando un costo umanitario altissimo.

 

La realtà politica-economica della crisi migratoria

In maniera superficiale, ovviamente, le giustificazioni dietro questi accordi e queste politiche di contenimento sono state umanitarie, ma diversi studi accademici hanno rivelato che da una parte, il Colonnello Gheddafi ha costruito la realtà migratoria libica in maniera tale da creare una percezione esterna dei flussi migratori che avrebbero potuto colpire l’Europa, che è ben lontana dalla realtà, solo al fine di ottenere dei finanziamenti dall’Italia. Infatti, la Libia è dagli anni ’80 una comprovata destinazione lavorativa per persone provenienti dal Nord Africa e dall’Africa Sub-Sahariana e non un Paese di transito. Dal canto suo, l’Italia era interessata alle riserve d’olio presenti in Libia e dalle quali avrebbe e ha ottenuto buoni profitti tramite gli accordi bilaterali di cui abbiamo discusso in questo articolo. Secondo i dati riportati da VITA, almeno 50,000 persone sono state rimpatriate tra il 2017 e il 2020, mentre secondo i dati dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) circa 6,5000 hanno perso la vita in mare cercando di attraversare il Mediterraneo. Tra il 2015 e il 2020, l’Italia ha stanziato circa 1,33 miliardi di euro, la metà dei quali sono stati destinati al controllo dei confini (Internazionale).

Mentre la Libia sta per entrare nell’ottavo anno della sua seconda guerra civile, la crisi umanitaria si fa sempre più seria. L’Europa, però, si è dimostrata più focalizzata sulla protezione dei suoi confini più esterni e sull’esternalizzazione delle politiche di accoglienza, invece che sulla protezione dei diritti umani. Se da una parte i media italiani continuano a trasmettere notizie legate alle “invasioni territoriali dettate da grandi flussi migratori” e delle numerose morti in mare, il lato più oscuro e anche probabilmente più grave della crisi migratoria che ci vede coinvolti dal 2015 sono gli accordi bilaterali tra l’Italia e i Paesi del Nord Africa, i quali hanno generato tragiche conseguenze umanitarie delle quali non si parla mai. In questo modo il nostro Paese si è reso e si rende complice delle violazioni dei diritti umani che accadono in Libia perché come possiamo aiutare queste persone nelle loro case se noi stessi abbiamo contribuito a finanziare i luoghi in cui vengono torturati? E’ forse qui che si nasconde l’ipocrisia del mondo politico.