“Esiste un’unica forma di contagio che si trasmette più rapidamente di un virus. La paura.”

Un nuovo nemico è tra noi e non riusciamo ad identificarne altro se non la sua scia. È veloce e silenzioso, ma cos’è realmente? Ciò che i più sanno riguardo l’invasore invisibile è che “mister X” è un virus dal nome spaventoso, tanto che a volte nemmeno si capisce quale dei tanti appellativi assegnatigli si possa ritenere corretto: SARS-2, Coronavirus, Covid-19 …

Il vero nome di Mister X è SARS-CoV-2 che non è un’accozzaglia di lettere casuali.

Come ogni virus appartiene ad una famiglia, quella dei “Coronaviridiae”, così chiamata perché da un’osservazione al microscopio elettronico si può notare un filamento positivo di RNA dall’aspetto simile ad una corona.

I coronavirus, identificati per la prima volta negli anni 60’, sono noti per infettare l’uomo prendendo come bersagli le cellule componenti l’epitelio del tratto respiratorio e gastrointestinale. Altri coronavirus umani di cui dovremmo avere memoria sono MERS-CoV e SARS-CoV. Quest’ultimo ha una certa similarità col virus in esame di questi tempi. Ebbene SARS, acronimo che ritroviamo anche nel nome del nostro Mister X,  sta per “Severe acute respiratory syndrome”. Si tratta quindi di un virus che comporta principalmente problemi respiratori che possono sfociare in polmoniti aggressive, per ospiti con compromesso sistema immunitario.

Ciò che differisce tra la SARS, isolata nel 2003, e l’odierno CoVd-19 è il tasso di mortalità. Come riportato dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, “ oltre l’80% dei pazienti ha una forma moderata e guarisce.” I sintomi più comuni, infatti, vanno da un semplice mal di gola, mal di testa a febbre piuttosto elevata. “Nel 14% dei casi il virus causa malattia severa, con polmonite e respiro corto. E circa il 5% dei pazienti va incontro a un quadro critico. Nel 2% dei casi riportati il virus è risultato fatale, più nei pazienti anziani”.

Quando si parla di Covid-19 si parla della patologia portata dal virus, dove “D” sta per “disease” e “19” indica l’anno in cui è comparso il primo focolaio accertato del virus, precisamente nell’ormai nota città di Wuhan, situata nella Cina centrale.

Il virus si diffonde quando un individuo va a contatto con i liquidi biologici di persone infette, come le goccioline di saliva, o tramite contatti diretti, ad esempio con le proprie mani se non accuratamente disinfettate in seguito al contatto con l’agente virale. La trasmissione tra gli individui ha tempi di incubazione che vanno dai 2 ai 10 giorni, anche se alcuni stimano un periodo di 14 giorni. Per verificare la presenza del virus nel corpo di ciascuno di noi è sufficiente eseguire un tampone faringeo. È importante sottolineare per quanto riguarda questa procedura che la positività a questo esame non combacia con l’affezione, o meglio non è detto che le persone il cui risultato del tampone sia affermativo manifestino la patologia correlata al virus.

Ad oggi le ricerche per la formulazione di una cura, di un farmaco antivirale specifico o di un vaccino, sono in continua progressione. Sebbene non sia facile lo studio delle entità virali, in quanto è necessaria la presenza di una cellula ospite da infettare per coltivarle in laboratorio, i nostri ricercatori sono riusciti a isolare e sequenziare genotipicamente il virus.

Sir Peter Medawar, premio Nobel per la Fisiologia/Medicina nel 1960, definì i virus come “a piece of bad news wrapped up in a proteine coat”, ma come lui stesso sottolineava “la ricerca è sicuramente l’arte della soluzione.”

Giulia Scibè