Giovedì 26 Marzo. Dopo quattro giorni la curva epidemiologica torna a salire. Più tamponi, sempre più positivi. Arriva la conferma che sono molti gli inconsapevoli affetti da COVID-19, portatori con sintomi lievi o asintomatici. Il morbo è ovunque e non riusciamo a tenerne traccia.

Venerdì 27 Marzo. Il Papa concede l’indulgenza plenaria. La sua voce si confonde con le sirene delle ambulanze oltre una piazza San Pietro deserta e battuta dalla pioggia. Parole commoventi, per credenti e non, che risuonano su un sottofondo agghiacciante.

Sabato 28 Marzo. Ci svegliamo con i giornali che parlano di saccheggi nei supermercati e rischio di rivolte. La crisi è terribilmente vicina e l’Europa è ancora divisa, sull’orlo del baratro.

Ci troviamo per l’ennesima volta in un mondo al contrario, ma in modo diverso giorno per giorno. Corsi e ricorsi della storia. Tempo pendolare. Eterno ritorno. È ed è sempre stato un ciclo infinito, ma senza che ci sia effettivamente un sopra e un sotto: solo un continuo andare in tondo sentendosi sempre, per un motivo o per un altro, a testa in giù.

La quarantena non è uguale per tutti. Fanno un’enorme differenza i metri quadri, l’aria che si respira dalla finestra, il rischio che corrono i cari più anziani e ancora la capacità di tenere il frigo pieno pur non lavorando. Ma se leggiamo i giornali, accendiamo la tv o semplicemente apriamo la porta di casa, ci troviamo tutti davanti allo stesso mondo sfinito, un mondo che fatica a respirare.

Ciò che rimane uguale è il terrore per l’invisibile, la paura viscerale per una strage che non si ferma.

Il bisogno di un appiglio.

Così, di giorno in giorno, abbiamo visto risorgere l’interesse nazionale verso i nostri medici e operatori sanitari, i nostri ricercatori e gli esperti.

L’approccio scientifico non è l’unico in grado di descrivere il terribile contesto delle nostre giornate, ma è il solo strumento conoscitivo in grado di andare alle radici del contagio, ricercandone origini, effetti e – quel che tutti desiderano – la cura e il vaccino. Ed ecco che, giustamente, l’intellettuale è di nuovo al centro dell’azione di governo, oltre che dell’attenzione di tutti.

La scienza, ne siamo ora testimoni assoluti, può essere un fatto sociale. La scienza può contribuire a produrre una società migliore, può innescare in essa trasformazioni profonde con un’azione anche culturale e non solo intellettuale.

Bene, uno dei principali e più importanti ambienti in cui la scienza esercita questo ruolo costruttivo è la politica, e proprio in politica gli intellettuali sono sempre presenti, ma, come tutte le realtà sociali, permangono in continua metamorfosi. Spariscono e ricompaiono, parlare con e di loro sembra all’improvviso doveroso e poi subito noioso.

Citando Elena Cattaneo, docente alla Statale di Milano e senatrice a vita, “In tempo di pace mille pensosi distinguo, critiche, manifestazioni; alle prime morti in Italia per meningite, tutti in fila alla Asl, invocando il vaccino. In tempo di pace minacce di morte ai ricercatori per la sperimentazione sui macachi, incursioni notturne negli stabulari delle università, sentenze (come quella recente del Consiglio di Stato sul caso dei macachi) che ignorano le regole sperimentali della ricerca, legislazione nazionale che pone gli studiosi italiani in uno stato di minorità rispetto ai colleghi europei; in tempi di epidemia tutti a chiedersi: ma quanto tempo ci vuole per questo vaccino?”

Dobbiamo capire che tutto quel sapere che di fronte ad un’emergenza sanitaria ci affanniamo a tenere in gran conto, che ricerchiamo disperati e da cui aspettiamo risposte, è lo stesso che in tempo di pace viene dato per scontato, o peggio talvolta degradato in favore delle opinioni di chi si erge ad esperto senza alcuna conoscenza in merito.

Quella degli intellettuali è una problematica ricorrente. Sono prima presi di mira e processati, ma poi ciclicamente tutti li invocano a gran voce e si chiedono perché tacciono, perché non mobilitano e non orientano l’opinione pubblica, perché non forniscono le certezze che ciascuno brama. Fanno parte della società, ma talvolta – solo talvolta – vengono chiamati a elevarsi da essa, guidarla e proteggerla, per poi tornare a obbedire in silenzio appena superata l’emergenza.

Allo stesso modo esistono una serie di trasformazioni politiche e sfide economico-sociali che favoriscono e in un certo senso impongono la consultazione degli esperti nel processo di governo. Ma è anche innegabile che questo coinvolgimento produca significativi vantaggi al processo decisionale e alla qualità delle policies introdotte.

E allora perché non riconoscere questo ruolo anche quando non è strettamente necessario? Perché concedere alla scienza la supremazia quando c’è bisogno di un appiglio razionale, per poi revocarla inesorabilmente e completamente una volta raggiunta la stabilità, come se ne avessimo paura? Perché non cercare un equilibrio costante?

Il metodo scientifico è chiaro e condiviso; ciò che questo produce può essere compreso da chiunque se adeguatamente spiegato. Sfruttiamolo per superare questa guerra, ma ricordiamocene quando sarà finita.

Francesca Biglia