A cura di Emilio Siciliano

Rosa

«Nella storia ci sono ‘momenti plastici’, fasi cruciali in cui è possibile agire. E se si decide di farlo, qualcosa succede».

– Gershom Scholem

L’autunno è sempre stata una stagione particolare, di transizione, tra il sole dell’estate che tramonta e l’inesorabile buio albeggiante dell’inverno. Un danzante silenzio verso una morte che si accascia al suolo per volare via tra i venti di dicembre.

E’ stato un anno particolare: la sofferente agonia di una società allo stremo, malata nel corpo e nello spirito. Sono caduti in tanti, silenziosi come foglie in una notte infinita e indefinita; le loro ceneri trascinate via nel vento mortale che flagella il mondo da Febbraio. 

E’ Novembre: l’assedio è ricominciato. E l’Europa sta come d’autunno sugli alberi le foglie: lancinata, stanca, quasi pronta a lasciarsi andare. 

Oltreoceano le cose non vanno meglio, ma il vento è diverso. Il gelido imperversare della pandemia si incrocia con altri venti: uno scirocco che sa di speranza, una tramontana amara e sopraffatta, ponente di rabbia, maestrale violento. Una rosa dei venti, quella statunitense, destinata ad abbandonarsi in uragano il 3 Novembre: qualsiasi sarà il risultato.

Tempesta

La società statunitense che si presenta all’appuntamento delle elezioni presidenziali del 3 Novembre è una società stanca, arrabbiata, ferita. Soprattutto, divisa. La Presidenza Trump ha portato all’estremo la polarizzazione tra Democratici e Repubblicani dividendo e spaccando in maniera feroce il Paese.

Quasi un elettore americano su cinque pensa che la vittoria del partito opposto a quello votato giustificherebbe l’uso della violenza. 3 Americani su 10 ritengono che gli avversari politici andrebbero trattati come animali.

Gli elettorati dei due candidati Presidenti sono agli antipodi e inconciliabili. Una grande pozza di benzina si è trasformata in fuoco lo scorso Maggio con l’omicidio terrificante di George Floyd. Le divisioni si sono fatte crescenti. La sintesi di questa situazione è un’America meno sicura, impaurita da un lato e inferocita dall’altro. E Donald Trump lo sa. E’ per questo che lo slogan simbolo della Presidenza Nixon si è fatto strada nella dialettica del presidente. Law&Order è diventata la risposta all’incapacità di gestire il bollore sociale, all’incapacità di ascoltare. Alla polarizzazione.

Zefiro

Il The Economist lo definisce ‘The Pragmatist’; Bernie Sanders parla del «candidato Presidente con il programma più riformista dai tempi di Roosevelt». Joe Biden non è un visionario, non è un ideologo, non è un leader. E’ un politico di professione e un amministratore con una visione dell’America che non è frutto di conigli tirati fuori da cilindri. In questo senso si dimostra essere il mediatore ideale di un Partito Democratico alle prese con lotte intestine tra le sue anime.

Può battere Donald Trump? FiveThirtyEight dà a Joe Biden l’89% di possibilità di diventare Presidente degli Stati Uniti.  

Ci sono tanti aspetti su cui valutare i programmi dei due candidati: imprescindibile, per una realtà come quella statunitense, è la politica economica e commerciale, ma cominciano a farsi forza nella società americana anche temi come la riduzione delle diseguaglianze, la sanità e le politiche climatiche. 

Bidenomics

Biden non è un visionario. Si è detto in apertura e qui va ribadito. Nella sua attività politica non ha mai prediletto particolarmente il tema dell’economia: il suo programma economico appare pur tuttavia progressista e ambizioso. Nell’analizzare le proposte di Joe Biden bisogna tenere conto di un bias importante: gli Stati Uniti sono uno Stato liberale (oserei dire libertario) con una forte concezione dello Stato federale come stato minimo. L’idea di un’amministrazione più ingerente in economia e nella vita dei cittadini si fa strada ora, con uno spostamento a sinistra del Partito democratico (partito-secondo la nostra collocazione politica- di centro). Non deve quindi stupire come quello che verrà presentato non appaia poi così progressista ai nostri occhi.

Joe Biden propone un incremento della spesa pubblica fino al 3% del PIL (7.000 miliardi di dollari) da riallocare come segue.

Il piano di Biden per far ripartire gli USA
Piano infrastrutturale
Il piano sull’educazione
Il piano occupazionale e di protezione sociale. A questo si aggiunge la proposta di un salario minimo che passerebbe da 7.25$ a 15$ l’ora
Piano sulla sanità

Gli interventi dell’amministrazione Biden dovrebbero essere parzialmente finanziati da un rialzo delle tasse da $4.000 miliardi ripartiti tra:

> aumento delle tasse per i redditi sopra i 400.000 euro l’anno (sino al 39.6% di aliquota). Il Penn Wharton Budget Model stima una perdita di reddito del 18% per lo 0.1% della popolazione, e dell’14% per l’1%.

> Aumento delle tasse per le imprese dal 21% al 28%. Le perdite stimate in questo caso sui profitti sono del 12% (difficile immaginare in quest’ottica, un aumento dei salari così cospicuo). Wall Street, inoltre, stima che una misura simile ridurrebbe i guadagni dell’ SP&500 (maggior indice azionario USA) del 9%.

Sul piano delle politiche commerciali, Biden propende per un protezionismo più soft di quello attuato dal Tycoon. Il rischio in questo senso è di incrementare la competitività degli States nel lungo periodo ma di favorire gli oligopoli e isolare l’economia americana nel breve periodo. Un pericolo che un Paese in profonda recessione non può e non deve permettersi. Dal punto di vista dei rapporti con la Cina, Biden non potrà intervenire sulle tariffe imposte, sa anche lui che il rischio è quello di perdere nel braccio di ferro con il dragone: una rinvigorita cooperazione con gli alleati NATO sarà la migliore arma dell’ex-vicepresidente contro Pechino.

Ma Joe Biden non è solo questo. L’urlo di dolore degli afroamericani esploso con le proteste sanguinose di Black Lives Matter è il dipinto di un’America ferita in maniera profonda: un malato cronico di diseguaglianze, emarginazione e minoranze non integrate. Biden dà voce all’insofferenza delle minoranze, promettendo una politica diversa, unita e coesa, che stimoli l’anima puritana e democratica della Nazione. Propone una riforma dei corpi di polizia e la loro demilitarizzazione seppur non spingendosi sino alla folle proposta di tagliarle i fondi.

Joe Biden non è il cambiamento, ma è cosciente di farsi carico di un vento possente che spira alle sue spalle. E uno scirocco che sa di speranza, che raccoglie la genuina voglia di cambiamento di una società sempre più diseguale, sempre più divisa. Ma non basterà. Non è chi verrà eletto che sazierà questa pressione dirompente. Non ora.

Bora

Trumponomics

Il piano presentato da Trump per il secondo mandato può essere così sintetizzato

I made billions of dollars in business, making deals. Now I’m going to make our country rich again

– Donald J. Trump

Donald Trump si presentava così nel 2016, con la promessa di costruire un’economia ruggente. Ci è riuscito. L’economia americana del triennio 2017-2019 è impressionante: il tasso medio annuo di crescita del PIL è del 3%, superiore alle stime del FMI; il tasso di disoccupazione è il più basso registrato negli ultimi 50 anni e la crescita dei salari per famiglia è straordinariamente veloce. Donald Trump dopo un anno di presidenza ha varato un robusto taglio delle tasse da $150 miliardi che ha interessato il 65% dei lavoratori americani: le tasse sui profitti delle aziende sono scese dal 35% al 21%, portando a una stagione di forte crescita per i mercati finanziari.

Donald Trump ha inaugurato la retorica anti-globalista e sovranista che oggi ben conosciamo, con la promessa di riscrivere tutti i trattati commerciali dell’America.
Lo ha fatto. Ha rinegoziato l’accordo nordamericano per il libero scambio, imposto agli alleati NATO una spesa maggiore in materia di difesa, riscritto i trattati commerciali con la Corea del Sud e intrapreso una guerra commerciale con la Cina. A Gennaio 2020 l’accordo che impone alla Cina di abbattere alcune barriere commerciali e di comprare merci americane.

Se la valutazione del Presidente Americano uscente dovesse fermarsi qui, Donald Trump sarebbe sicuramente rieletto domani. Ma esistono troppi altri temi oltre all’economia.

Politica interna

In materia di sicurezza nazionale e immigrazione l’amministrazione Trump ha sicuramente rappresentato un punto di rottura. La costruzione del muro al confine con il Messico e il cambio sul sistema di asili e il Muslim Ban ha reso estremamente più difficile entrare negli Stati Uniti. 

Sul piano ambientale la musica non sembra differire: Donald Trump ha rimosso ben 79 regolazioni ambientali, facendo crescere a livelli vertiginosi i tassi di emissione di anidride carbonica degli ultimi 3 anni, questo a fronte di un risparmio per il governo americano di 51 miliardi di dollari.

Ma l’eredità più pesante e decisiva di Donald Trump è la giustizia. Il Presidente ha nominato 217 giudici federali e ben 3 giudici della Corte Suprema (che hanno mandato vitalizio) portando la composizione a 6 giudici conservatori e 3 progressisti. Il tycoon ha ridisegnato la giustizia americana con la possibilità di influenzare la vita del paese per decenni: una Corte così conservatrice potrebbe intervenire sulla sentenza Roe vs Wade che garantisce il diritto di aborto per tutte le donne, così come modificare l’Affordable Care Act.

Politica estera e il poliziotto del mondo

Un merito di Donald Trump è quello di aver tenuto testa a Pechino e aver combattuto lo Stato Islamico. La dittatura cinese con il suo imperialismo economico e militare rappresenta il nemico dell’Occidente liberale e democratico. Non si tratta con gli Stati che soffocano la libertà individuale, che internano ancora le minoranze e le sopprimono.

Il tycoon ha sempre gestito alacremente le crisi internazionali e le potenziali escalation dimostrando una lucidità non propria del personaggio: ha disteso i rapporti con la Corea del Nord, ha spento sul nascere i venti di guerra con l’Iran e ha frenato l’espansionismo cinese. Tutto, quindi, può dirsi di Donald Trump tranne che la sua amministrazione sia stata bellicosa: l’impegno del Presidente a riportare a casa i soldati dal Medio Oriente e interrompere le guerre infinite è stato chiaro, sebbene abbia comportato dei risultati devastanti in Anatolia, dove l’espansionismo del Sultano Erdogan ha trucidato migliaia e migliaia di vite innocenti.
Non bisogna, altresì, dimenticare la storica normalizzazione dei rapporti tra UAE e Israele da egli favorita, a cui si sono aggiunti Sudan e Bahrain.

Tutto questo, tuttavia, si accompagna a una lenta e volontaria autodistruzione del ruolo di leadership e della reputazione degli Stati Uniti nel globo, per rifugiarsi nell’isolazionismo e abbandonare l’idea di dover essere il poliziotto del mondo. In una transizione storica così feroce come quella di una pandemia una leadership statunitense sarebbe stata se non vitale, necessaria.

Uragano

Crescita del PIL reale a seconda di chi vinca

«Il ciclone è provocato da un complesso di fenomeni atmosferici che […]  creano centri di minima pressione e, quindi, di aspirazione. Verso tali centri convergono i venti, seguendo un moto a spirale che determina un vortice.[…] I meteorologi hanno convenuto di chiamare uragano soltanto i venti di eccezionale intensità»

Gli USA sono il paese con più vittime da Covid-19 al mondo. La pandemia ha investito la prima potenza mondiale con forza devastante. Il tasso di disoccupazione ad Aprile ha toccato un vertiginoso 14%. 20.5 milioni di posti di lavoro spazzati via.
La gestione del virus è stata fallimentare, tanto da portare il capo di gabinetto del Presidente ad affermare che l’amministrazione non si ponesse neanche più l’obiettivo di controllare la diffusione del virus.
È furia che s’ostina, è l’implacabile.

40 milioni americani hanno scelto il voto per posta quest’anno, 93 in totale hanno già votato.
E’ una tornata elettorale che si prospetta ad altissima affluenza. E ad altissima tensione.

Nell’aria già sferzata dall’incertezza, dai dubbi sul domani, le elezioni presidenziali si colorano di un fosco grigio: si è votato in così tanti modi e tempi diversi che i risultati della notte del 4 novembre rischiano di essere fuorvianti. Nel conteggio dei voti via posta delle periferie (che avverrà logicamente prima) sarà lecito aspettarsi un vantaggio da parte di Donald Trump, una sorta di “red mirage”, che man mano si sposterà verso il blu al conteggio dei voti dei centri cittadini. Ma per avere i risultati completi e definitivi potrebbero volerci settimane. E cosa succederebbe se nella notte del 3 Novembre, con dati infinitamente parziali, uno dei due si proclamasse vincitore? Secondo Axios il Presidente in carica avrebbe già in mente di farlo. Un innalzamento della tensione inaccettabile in un Paese così arrabbiato e polarizzato:il timore che le elezioni americane possano portare in strada due fazioni armate è reale. 

Amy Coney Barrett

A dirimere la questione su chi sarà l’effettivo vincitore sarà quasi sicuramente la Corte Suprema, a orientamento repubblicano e con la giudice neo-eletta, Amy Coney Barrett, che in merito si è così espressa: “It’s a political controversy right now”. Un giudice della Corte suprema che definisce controversia politica un eventuale e acuto pericolo per la democrazia americana è puro vento assassino, feroce pronto a trasformarsi in uragano. 

Alisei

Il neo positivismo del terzo millennio si è schiantato a velocità folli su un muro di morte e sofferenza, castigo simbolico di una presunzione sprezzante, della tracotanza propria di chi non riflette ma corre in maniera cieca verso il denaro e il profitto. I timori, le inquietudini, le paure dell’uomo che aleggiano ormai non difformi in maniera trasversale nel globo si sono materializzate in un vento ignoto e gelido, invisibile e agonico. 

L’esigenza di cambiamento si è opposta in questi anni ai timori come attrito, senza tuttavia trovare un canale di sfogo sufficiente per rendersi alternativa alla paura. La perdita di senso delle parole, l’odio che ha invaso come una macchia d’olio le nostre coscienze sono i sintomi di un qualcosa di insostenibile destinato a esplodere o implodere. A meno di una nostra azione.

Serve un sentiero, una visione. Serve che la pressione al cambiamento, unico argine alla paura, si erga a percorso, strategia. Serve che l’orizzonte sia non più un’immagine ma un risultato: dobbiamo costruirci un nuovo orizzonte.

Un cambio di direzione verso una società più eguale e meno votata al profitto, più verde, che ponga l’educazione, la ricerca e la felicità come suoi cardini è diventato un politicamente inevitabile. Il sentiero è tracciato. Il vento spira. Bisogna essere pragmatici e andare.

The wind could bless you.

The wind could bless the United States of America.