A cura di Valentina Rossi e Lorenzo Tarchi

 

“Vorrei poter tornare a camminare per l’aula e riconoscere negli sguardi dei miei studenti la voglia di conoscere”

Gli “sguardi”. Buffo no? In un momento in cui la tecnologia sta raggiungendo i suoi apici, in un mondo in cui i social network ormai vanno sempre più mescolandosi con la vita reale; in una esistenza, quella imposta dal Covid, che ci porta a non dare più niente per scontato, “guardarsi” sembra quasi essere un verbo proibito, una parola che fa tremare, dietro alle maschere che ora più di sempre siamo tenuti ad indossare. Una maschera che si aggiunge a quella che indossiamo ogni giorno, più o meno consapevolmente.

Una maschera che, però, ci costringe a guardarci negli occhi.

Sono passati circa 14 mesi da quando la nostra scuola è, de facto, stata catapultata in una dimensione, per la sua quasi interezza, virtuale. Tra didattica a distanza, aperture temporanee e indicazioni procedurali spesso nebulose, ormai da tempo la formazione dei giovani del nostro paese, avviene in maniera sterile, attraverso uno schermo e spesso anche senza la possibilità di osservare un volto.

Si è parlato molto in questi mesi del disagio di bambini, ragazzi, genitori e famiglie e di come la pandemia abbia avuto severe ripercussioni anche e soprattutto sugli aspetti psicologici e sociali di questi ultimi. Ciononostante, la voce esasperata degli insegnanti, sembra non trovare spazio nell’orizzonte mediatico. È un po’ come se non avessero il diritto di parola perché, alla fine, almeno loro “un lavoro ce l’hanno”, “che non si lamentino”.

Eppure i docenti sono riusciti, in qualche misura, anche a sviluppare una certa familiarità con la didattica a distanza, imparando a padroneggiare strumenti che erano loro sconosciuti prima del diffondersi della pandemia.

I docenti italiani si sono digitalizzati, nella maggior parte dei casi, ingegnandosi in ogni modo possibile, per permettere di portare avanti quella formazione che è alla base di un percorso di vita, oltre che scolastico e professionale. La Scuola, in quest’ultimo anno, è stata al centro di tante discussioni, di tanti dibattiti politici e non.

“Ho visto i miei colleghi comprendere che quello che facevamo in pochi non poteva essere un lavoro di nicchia, ma doveva essere quotidianità per tutti”

Da anni la nostra istituzione scolastica sta cercando di rinnovare la propria didattica, che talvolta risulta essere un po’ obsoleta, purtroppo non sempre riuscendoci.

In quest’ultimo anno la spinta è arrivata da qualcosa di esterno alle consuete dinamiche istituzionali, una spinta che nessuno si aspettava, ma che, a detta di molti, ha permesso il disvelarsi  di una nicchia di innovazione didattica, che pur era già da anni presente in Italia.

Questa situazione apparentemente infeconda, è stata, quindi , una enorme opportunità per far scoprire metodologie innovative, nuove strategie e metodi di coinvolgimento, che già esistevano nel mondo della didattica, ma che fino ad oggi risultavano a molti sconosciuti. Mai come in questi mesi gli insegnanti hanno cambiato il loro modo di lavorare, di studiare, di trasmettere la conoscenza e trasformarla in competenza, in primis nei loro riguardi e poi, in secondo luogo, nei confronti dei propri studenti.

Quanti corsi interminabili di formazione ci sarebbero voluti per sperimentare ed attuare tutto questo? Eppure in molti hanno spinto con convinzione il piede sull’acceleratore e ad oggi anche quella porzione di docenti che già lavorava con il “nuovo mondo” della scuola ha accolto positivamente nuovi individui pronti a cambiarla davvero.

Insomma, sono stati mesi di grande coinvolgimento e di scrittura di nuove strategie, ma al contempo sono stati anche mesi in cui un lavoro così complicato come quello dell’insegnante, è stato troppe volte banalizzato davanti all’opinione pubblica.

Ciò detto, questa riflessione, lungi dal voler evocare una lotta tra chi ha risentito maggiormente delle situazione e chi meno, si propone di fare  una semplice considerazione circa un argomento indubbiamente sottaciuto da troppi e per troppo tempo.

“Non riesco più a comprendere il livello di conoscenza dei miei studenti, non riesco a comprendere se questi ultimi siano ad un buon livello di apprendimento e se riescano davvero ad essere ‘formati’ ”

È questo il cuore della questione.

Un insegnante, soprattutto durante gli anni delle scuole superiori, ha il ruolo di guida per i propri studenti, non solo in uno sterile percorso di apprendimento nozionistico, ma anche nell’ancora più tortuoso cammino di formazione più profonda di questi ultimi verso la vita.

Un Insegnante forma prima la persona e poi lo studente. Un Insegnante è capace di far appassionare i giovani alla bellezza nella sua accezione più ampia e riesce, talvolta, a tracciare il sentiero che, in futuro, potrebbe aiutare i più fragili a non smarrirsi.

Oggi i nostri docenti come possono essere tutto ciò? Come dovrebbero fare ad essere un faro per gli studenti in una così frazionata e poco strutturata didattica?

Quante volte abbiamo sentito parlare delle ripercussioni psicologiche che la pandemia ha avuto e sta avendo sugli studenti? Quante volte abbiamo, giustamente, messo in discussione l’effettiva possibilità di uno studente di essere pienamente in grado di continuare il suo processo di formazione in modo efficace in queste condizioni?

Ecco, ci teniamo a sottolineare che la stessa “diagnosi” e le correlate preoccupazioni dovrebbero sorgere anche nei confronti di chi lavora ed interagisce direttamente con questi ultimi.

I docenti fino ad un anno fa avevano il privilegio di guardare negli occhi i propri studenti, riuscivano a comprendere quando c’era attenzione e coinvolgimento da parte di una classe, riuscivano a recuperare chi non era al passo perchè, quando si è Insegnanti realmente, si è capaci di riconoscere la difficoltà e si cerca di aiutare a superarle.

Fino a pochissimo tempo fa gli insegnanti potevano trasmettere quella conoscenza e quella competenza, di cui tanto ci piace parlare, nelle nostre scuole.

Oggi i vari docenti parlano ad una serie di nomi e cognomi in helvetica, accompagnati da un misero sfondo monocromatico all’interno di una videoconferenza, nei migliori dei casi riescono a vedere i propri studenti due settimane al mese, e di conseguenza risulta difficile anche recuperare il tempo perso.

“Per descrivere lo stato attuale della DAD vorrei usare l’immagine di una persona che trascina a fatica, ormai da tempo, un fardello. La DAD non è scuola, ma un tentativo di ‘simulare’ la scuola.”

La DAD non è scuola, ci racconta una professoressa, perchè quando parliamo di scuola, parliamo di un processo che non si può permettere di essere limitato ad una serie di nozioni trasmesse in modo asettico, nel migliore dei casi attraverso delle slide.

Vi trovate d’accordo?

Lo stato psicologico dei docenti non va sottovalutato, perché siamo esseri umani, e soprattutto per i docenti,  che fanno del loro lavoro lo strumento per aiutare a crescere dei giovani, essere umani non è più così scontato.

Non è semplice perchè viene meno quell’aspetto di relazionalità, la cui importanza ci viene insegnata sin da piccoli, proprio nelle scuole.

Dobbiamo conoscere e riconoscere una condizione psicologica di migliaia di docenti italiani che è necessariamente compromessa, in quanto questi ultimi hanno perso una parte fondamentale del loro lavoro: il contatto.

“Al netto degli ostacoli professionali, tuttavia, il peggiore ricordo che avrò di questi incontri è il silenzio al termine di ogni lezione. 

“ ‘Non c’è più nessuno qui’: e la cosa terribile è che Google Meet ha ragione, dopo le mie parole, davanti non ho più nessuno. Da mesi.”