“The liberal idea has become obsolete”

Sono le parole del Presidente Putin a sferzare la calura estiva europea: parole di ghiaccio, che sintetizzano una profonda crisi delle democrazie occidentali.
L’intervista rilasciata dal Presidente russo al Financial Times rappresenta oltre che un grave attacco all’idea democratica, un’ineluttabile verità: l’insofferenza dei popoli europei alle crescenti migrazioni, diseguaglianze che si dilatano, l’insignificanza sempre maggiore dei singoli, sono alcuni dei tanti ingredienti di una sempre più annunciata crisi dello Stato come lo intendiamo oggi.

Lo Stato liberale, seguendo sempre le tesi sostenute da Putin, da attento guardiano notturno sembra essere diventato il commissario Winchester. Il che, analizzando il livello di complessità delle odierne democrazie, sembra quasi un’idea partorita dopo una serata decisamente movimentata. Il problema maggiore, però, sta nel fatto che sia tutto fuorché uno scherzo o frutto dei postumi di una sbornia: la crisi dell’idea liberale è vera, ed è respirabile in ogni strato sociale. Lo è analizzando, a livello quotidiano, la sfiducia dominante tra le persone: verso uno Stato sempre più lontano, verso l’altro e quell’idea leopardiana di social catena, a cui si preferisce il più popolare “chi fa da sé fa per tre”. In generale una sfiducia verso un futuro incolore, incerto che si traduce nella parola paura.

È una paura soffocante e stringente, “è furia che s’ostina, è l’implacabile”: l’Italia segna un record negativo delle nascite assimilabile al biennio 1917-1918, i giovani faticano a diventare adulti, vuoi per ragioni economiche o di incertezza lavorativa, con 5,5 milioni nella fascia dei 20-34enni che ancora vivono con i genitori. Il 63,6% degli italiani ritiene che nessuno difenda gli interessi della nostra Nazione e il 49,5% ritiene addirittura i politici “tutti uguali”, tanti Winchester. Un’Italia, la nostra, incattivita e rancorosa; una fotografia avvilente che ci racconta una società sola, demoralizzata che si rifugia in un “sovranismo psichico”, dove l’individualismo diventa superomismo sopraffattore e l’indifferenza, da rimedio alla sofferenza, diventa un silenzioso urlo di vendetta verso nemici cangianti: gli invasori, i diversi, l’altro. Un odio, insito nell’uomo, nuovamente sdoganato e giustificato da un mondo che ripugna i modelli culturali per cullarsi nella leadership dei post su Facebook o degli influencer di Instagram.

Sembra quasi assurdo che un contesto sociale così diverso da quella di cento anni fa, dove tutto è cambiato…per non cambiare mai, sia nuovamente affascinato dall’autoritarismo, dall’uomo forte, dall’eversione e dall’odio come indicatore della propria forza.
La crescente richiesta di sicurezza e di rapporti maggiormente diretti con le sfere governative ricorda la società di inizio ‘900, succube di una belle époque al contrario, dove l’uomo prendeva man mano consapevolezza di essere un minuscolo granello di sabbia del deserto del Sahara. Oggi dove non esistono più nemmeno gli sguardi e nessuno sa più guardare negli occhi, quella consapevolezza si è trasformata in dimenticanza, dell’uomo e delle sue immense qualità. Un’alienazione tremenda, terrorizzante che si è tramutata in un’infelicità taciuta fino alle recenti crisi che hanno distrutto il vacillante welfare occidentale, e destinata ad aumentare sempre più (scriveva a ragion veduta Sigmund Freud). Ed ecco che l’autoritarismo sembra il modo più rapido per ricordarsi quello che siamo: un leader, che lasci il popolo veleggiare verso un’identità perduta chissà dove, nelle stories o in un like. Mera semplificazione, in un tempo così complesso dà parvenza di respiro e questo sembra bastare.

Ma a chi le responsabilità di un tanto assurdo quanto reale e prevedibile naufragio?
Il Novecento è stato un secolo tanto feroce quanto illuminato, dove l’orrore ha saputo coinvolgere tutti in un dibattito sul dove andare. L’avanzamento democratico e di architettura governativa è stato lampante fino a raggiungere un punto di saturazione. È lì, mentre ci si adagiava sugli allori che è iniziato il disastro.
Pertanto, le parole del Presidente Putin sono semplice conseguenza di un graduale processo di decadimento. È vero che l’idea liberale è obsoleta, non sbagliata come si vorrebbe far intendere. Inutile, però, discutere su chi o cosa abbia fallito: la necessità ora è riavviare quel processo costituente e di dibattito a ogni livello che è intima essenza delle democrazie.
A noi giovani la responsabilità e l’onere di riprendere il filo del discorso senza farci travolgere dalla furia della paura e della sfiducia: ripartendo da quella che è la mobilitazione civica, nei territori, e ricominciando a coltivare valori diversi dal mi piace come segno di approvazione, preferendogli, piuttosto, dibattito, confronto, generazione comune di idee; preferendo in generale il genuino rapporto tra persone. È, tuttavia, logico ritenere che i social network abbiano tutte le potenzialità per essere l’ago della bilancia di una nuova democrazia digitale (apparentemente più diretta e coinvolgente): è necessario inquadrarli all’interno di ragionamento serio e collettivo, che rifletta sul loro uso e opportunità. Ad oggi sembrano essere gli ennesimi pentoloni di delusione e sfiducia.
Chi, meglio di questa generazione, che tanto li padroneggia, per mettere a posto anche questo?

Emilio Siciliano