La religione come strumento per riordinare la realtà

Negli ultimi mesi abbiamo assistito con piena consapevolezza allo svolgersi della storia.

Covid 19 ha svuotato le strade e riempito le case, spopolato scuole e uffici e affollato la rete. Il virus ha stravolto le nostre abitudini e limitato le nostre libertà, imponendo i suoi tempi e i suoi spazi e riscrivendo in funzione di essi la geografia delle nostre relazioni.

Nel farlo ha determinato un cedimento delle strutture di senso che organizzano la nostra quotidianità.

Chiudere uffici e scuole e costringere le persone in casa non significa solamente ridefinire  i tempi e gli spazi della vita, ma vuol dire in buona parte cancellarli. L’orario di lavoro, gli spostamenti, gli obiettivi professionali e di studio, aiutano a conferire una struttura e dunque a dare senso alla quotidianità. Traslare tutte queste dimensioni all’interno dell’ambiente domestico e affidarle alla discrezionalità dell’individuo, significa, in una certa misura, delegittimarle, perché viene meno una realtà esterna, indipendente, che le stabilizzi, le sostanzi, dia loro consistenza.

La quarantena ha quindi messo in dubbio la capacità della società di offrire agli individui quelle risorse simboliche necessarie per conferire un orizzonte di senso alla vita quotidiana.

Questo primo cedimento a livello simbolico ne rivela un secondo, più profondo, strutturale. In particolare, mette a nudo come nell’era della globalizzazione, in cui tutto è connesso e tutto è interdipendente, in cui i confini si cancellano e le forme sociali si moltiplicano, valori, identità e significati diventano via via più precari e volatili. Diviene dunque sempre più difficile trovare strumenti di senso efficaci per coordinare e decodificare la crescente complessità. La pluralità di meccanismi di cui oggi la società si compone, il loro intersecarsi e confliggere, rischia dunque di sfuggirci di mano.

La pandemia ha quindi portato a galla la sfida più importante che la contemporaneità si trova ad affrontare: come ricostruire il significato nella società globale?

Storicamente la fonte del senso per eccellenza è stata la religione, infatti per millenni essa è stata il criterio di legittimazione dell’azione collettiva.

Nella società tradizionale la religione poneva le basi un ordine sociale eterno ed immutabile, radicato direttamente nell’autorità dell’assoluto – Dio – e pertanto indiscutibile. Gli insegnamenti del passato, degli antichi, della tradizione erano sacri e bastavano, per i più, a saziare il bisogno di senso.

A tal proposito Durkheim (uno dei padri fondatori della sociologia) sostiene che la società nasce proprio quando gli uomini pongono il sacro a fondamento di valori e norme collettive.

Ma quali spazi occupa la religione nella società contemporanea e qual è la sua efficacia in termini di produzione di significato?

Secondo Parsons, sociologo di spicco della corrente del funzionalismo contemporaneo, essa continua certamente a giocare un ruolo di gran rilievo, ponendosi  come unico possibile fondamento stabile del sistema sociale.

Affinché, sostiene Parsons, l’infinita variabilità potenziale dell’agire individuale sia riducibile entro una cornice circoscritta, compatibile con l’esistenza di un sistema sociale unitario, è necessario che gli individui, attraverso le istituzioni sociali, interiorizzino dei codici simbolici che consentano di standardizzare l’agire. Tali codici di senso devono tuttavia trovare la propria giustificazione in una dimensione che sta al di là del sistema sociale stesso. Serve cioè un sistema telico, trascendentale, sovradeterminato.

Nel pensiero del sociologo statunitense l’unica realtà in grado di porsi a fondamento di tale sistema e fornire la legittimazione ultima della standardizzazione dell’agire è proprio la religione. Pertanto essa non potrà mai cessare di esistere, in quanto strutturalmente imprescindibile ai fini del mantenimento dell’equilibrio del sistema sociale.

Nella società globale, tuttavia, una visione di questo tipo appare troppo monolitica e lineare. Di fronte all’esplosione della contingenza, non ha più tanto senso parlare di sistema sociale, quanto, piuttosto, di integrazione sistemica.

Luhmann, sociologo e filosofo tedesco, coglie perfettamente questo cambio di prospettiva, elaborando la distinzione tra ambiente e sistema, laddove l’ambiente ciò che ‘sta fuori’, è l’infinita molteplicità e variabilità delle cose e Il sistema è il tentativo di elaborare delle risposte di senso per tale variabilità.  In altre parole il sistema è l’insieme dei meccanismi tramite cui si tenta di interpretare e riordinare l’ambiente, riconducendolo ad un certo grado di coerenza e univocità.

La società odierna, secolarizzata e differenziata, non è più ‘sistema sociale’, bensì sistema di sub-sistemi, ciascuno dei quali tenta di interpretare un segmento dell’ambiente esterno, riducendone la complessità.

Ad oggi, non esiste più un sistema propulsivo, cioè in grado di integrare tutti i sub-sistemi. Ciascuno funziona secondo un proprio principio, utilizza un proprio linguaggio e produce un proprio significato.

Un tempo, nel mondo della tradizione, il sistema propulsivo era la religione, ma ad oggi, sotto il vento della secolarizzazione, la religione diventa un sub-sistema tra gli altri.

Ciò non significa tuttavia che essa vada scomparendo. Al contrario, si specializza, sviluppando un linguaggio ed uno spazio di azione propri, diversi da quelli degli altri sub-sistemi. La sua peculiarità è quella di consentire, all’interno di una società infinitamente divisa e differenziata, di continuare a parlare di un mondo unito, poggiato sull’idea di un Dio in cui sublimano e trovano un senso la contingenza e l’infinita variabilità della realtà.

Il rapporto col sacro rimane poi l’unica dimensione in cui l’uomo può cercare risposte  alle domande più profondamente connesse al mistero dell’esistenza, nonché a quel desiderio di amore totale, incondizionato e assoluto che alberga in ciascun individuo.

La religione rimane in quest’ottica l’unica grammatica che tenti di scalfire l’ineffabilità dei significati ultimi. Fare esperienza del sacro, credere nel rapporto con un’entità trascendente, permette in una certa misura di saziare il bisogno profondo di conoscenza e di senso che anima l’uomo.

La religione dunque, in termini di produzione di significato, preserva un suo spazio ben definito nella società contemporanea. É tuttavia innegabile che tale spazio sia notevolmente più ristretto di quello che occupava nel mondo della tradizione. Ne deriva quindi un ulteriore quesito: che cosa ha preso il suo posto?

Contestualmente all’epidemia possiamo certamente apprezzare un forte protagonismo dello Stato e soprattuto della scienza, tanto che Marco Politi, il 26 marzo, scrive su Il Fatto Quotidiano: “Sul palcoscenico odierno svanisce la Religione, resta padrona incontrastata la Scienza”.

Ma rivolgendoci con sguardo più ampio alla modernità emerge chiara la compresenza e l’intersezione di una pluralità di fonti di significato, diverse per accessibilità e risonanza, nessuna delle quali ha la forza di imporsi sulle altre per coordinarle e integrarle (si pensi ad esempio alla rapidità con cui si è spenta la speranza che la comunità scientifica detenesse la verità).

Non vi è alcuna dimensione, dunque, che sia stata in grado di prendere il posto della religione. La conseguenza è quanto citato sopra: il dilagare di lacune di senso e contraddizioni, la sempre più difficile preservazione di identità e valori collettivi e il maturare di una crescente sensazione di smarrimento individuale e collettivo. E proprio questi vuoti di significato costituiscono il terreno fertile da cui originano le derive nazionaliste cui oggi assistiamo, nonché, contestualmente all’Italia, gli improbabili tentativi di ricostruire un’identità nazionale sventolando rosari e resuscitando vecchi miti della patria. Tuttavia questa è una riflessione complessa, che meriterebbe ben altro spazio.

Francesco Ballarin