Migliaia di profughi premono alle porte dell’Europa.

Le immagini che giungono dal confine greco restituiscono i tratti di una vicenda drammatica, scritta sulla pelle degli esuli sacrificati al braccio di ferro tra Ankara e Bruxelles.

La questione evoca ricordi non troppo remoti. Nel 2016 l’Europa liquidava la questione della Rotta Balcanica siglando un accordo con Ankara per il respingimento dei migranti entro i confini Turchi, in cambio di cospicui stanziamenti economici. Alla misura, formalmente definita “straordinaria e temporanea”, non è poi seguito alcun provvedimento strutturale. Come risultato in Turchia si sono affollati 3,6 milioni di profughi siriani, afghani e iracheni. Oggi quella moltitudine è divenuta strumento nelle mani di Erdogan.

Il presidente turco, di fronte al mancato sostegno occidentale in occasione dell’aggressione subita in Siria ad opera delle forze di Assad (sostenute da Mosca), decide di sganciare la “bomba umana”.

Nella sera del 28 febbraio l’annuncio dell’apertura delle frontiere turche:

“Non chiuderemo più i nostri confini ai rifugiati che vogliono andare in Europa” rivela un alto funzionario turco dopo un consiglio di sicurezza straordinario presieduto da Erdogan stesso.

La detonazione è immediata.

In breve tempo migliaia di profughi si spostano dalla Turchia verso il confine greco. I numeri del fenomeno variano a seconda delle fonti: Ankara stima più di 130 000 migranti distribuiti lungo in confine, mentre Atene e UNHCR ridimensionano nell’ordine dei 20 000.

La discrasia si spiega però facilmente se inquadrata nell’ottica della strategia turca. Erdogan vuol far pressione sull’Unione Europea, chiedendo sostegno sul fronte Siriano e nuovi aiuti economici per gestire l’accoglienza dei profughi; parallelamente distoglie l’attenzione dall’aggressione turca ai Curdi e dalle trivellazioni al largo di Cipro. A ciò si aggiunge poi l’interesse nel compromettere l’economica greca in funzione della competizione avviata con Atene nella gestione delle risorse energetiche nel Mediterraneo Orientale.

L’Unione Europea reagisce ribadendo la chiusura dei propri confini, esprimendo solidarietà alla Grecia “scudo d’Europa” e condannando l’iniziativa Turca. Si tratta però di una reazione sterile, che testimonia ancora una volta la scarsa capacità d’intervento dell’Unione nei momenti di crisi.

“Le tre più alte cariche dell’Ue che si recano a vedere come l’ultima frontiera Schengen viene travolta, mi pare sia un fotogramma dell’impotenza dell’Unione Europea.” dichiara Paolo Quercia, docente di relazioni internazionali nell’Università di Perugia e direttore del Cenass, commentando la visita del 4 Marzo di Von Der Leyen, Sassoli e Michel alla frontiera Greco-Turca.

Fuori dai cancelli della fortezza Europa si consuma intanto un dramma tutto umano e per nulla geopolitico. Migranti presi a bastonate dalla Guardia Costiera greca sull’Isola di Lesbo. Uomini e donne intrappolati in una terra di nessuno, senza cibo, riparo e cure mediche, travolti dai cannoni ad acqua e inghiottiti da nuvole di lacrimogeni. Bambini che vagano spauriti per i campi, costeggiando cancelli e filo spinato. Famiglie che tentano di guadare fiumi e scalare recinzioni. L’esasperazione delle popolazioni locali che esplode in violenze efferate contro esuli e ONG.

Questa è la vera scacchiera su cui si gioca la partita di Ankara. È fatta di persone con un volto ed una voce. Le loro parole non ci raggiungono, si perdono nei campi vicino a Pazarkule o nelle spiagge di Lesbo. I loro occhi echeggiano di foto in foto, eppure non bastano a richiamarci alla responsabilità. Vengono piuttosto sacrificati ad un gioco più grande e distante.

Nel vederli risuonano tristemente le parole di Bertrand Russel:

“Lascia perdere, quel che accade nel mondo non dipende da te. Dipende dal signor Krusciov, dal signor Mao Tse-tung, dal Signor Foster Dulles. Se loro dicono ‘morite’ noi moriremo, se loro dicono ‘vivete’ noi vivremo”.

E mentre  la Grecia accusa la Turchia di agevolare il passaggio dei migranti con tenaglie e lacrimogeni e la Turchia accusa la Grecia di sparare sui migranti e rovesciare i gommoni nell’Egeo, si perde nel vento l’appello di Oxfam ad un’Europa che rispetti lo spirito della Convenzione sui Rifugiati. “Serve una condivisione di responsabilità da parte di UE e Grecia” scrive Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia, altrimenti “Lo spirito alla base dell’idea di Europa unita, già messo in discussione dalla gestione delle politiche migratorie in questi ultimi 5 anni, morirà al confine tra Grecia e Turchia”.

Francesco Ballarin