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Con quanto possiamo cambiare un giorno di scuola?

By Dicembre 28, 2018 No Comments

In una città qualunque. Un giorno qualunque, di un mese qualunque, di un anno qualunque.

O forse no.

Serve così tanto per cambiare la percezione di una sempre uguale giornata scolastica?

Sono le 7.30, il sole è già sorto da qualche ora e come un attento guardiano invade con i suoi luminosi raggi le casette del mio quartiere. Si intrufola anche nella mia, disturbando un sonno, di cui, come ogni mattina, vorrei reclamare il diritto.

A fatica apro gli occhi e mi rassegno. Anche oggi il mondo ha bisogno di me. In un primo momento di disincanto mi sembra di provare una sorta di allegria mista a felicità nell’iniziare una nuova giornata. Basta poco a ricordarmi che, purtroppo, non è domenica e devo andare a scuola.

Mi aspettano ben 5 ore di lezione. Affranto ripiombo sotto le coperte sperando di risvegliarmi su un altro pianeta, dove possa passare il tempo a divertirmi, a non fare niente, ad ascoltare musica o semplicemente a dormire. Non sono mai stato contento di dover mettere una sveglia per fare qualcosa che non mi piace, ma tant’è.

Con la forza di un bradipo esco dalle coperte e affronto il gelo del pavimento. Mi preparo, mentre dalla cucina una voce dolce e amorevole mi ricorda che è tardi e che devo fare colazione.

Con l’eleganza e la reattività che contraddistinguono tutti nella prima mezz’ora successiva al traumatico risveglio, articolo qualche parola per fornire a mia madre la parvenza di una risposta affermativa. Guardo l’orologio: le 7:50. Devo attraversare la città in 10 minuti per arrivare a scuola. Non ce la farò mai.

Saluto la mamma e passo a prendere in salotto Giacomo, anche detto zaino (sì, gli ho dato un nome: ormai è diventato un compagno di avventura). Non nascondo che a volte mi pesi portarlo sulle spalle per kilometri, seppur mi stia simpatico.

Decido di affrontare intrepido il traffico e la calca del lunedì mattina come uno di quei supereroi che tanto mi affascinano e che affollano le pagine dei miei fumetti. Amo leggere, seppure i professori mi considerino tutto tranne che un appassionato lettore: quante cose ignorano di noi a volte!

Arrivo davanti al portone della scuola. Quella che per alcuni rappresenta il tempio della cultura, il faro della conoscenza tra la nebbia dell’ignoranza, per altri è semplicemente “la fonte di tutti i propri mali”.

Non nascondo che anche questa mattina sento la mia scarsa voglia prendere il sopravvento. Non ce la farò. Cinque ore interminabili di monotonia, lezioni pesanti, argomenti che forse non tenterò neanche di capire perché preso dalla mia insanabile noia.

La campanella suona. Si parte; addio vita, ci vediamo tra 5 ore.

Prima ora Inglese.

Entra la professoressa, amante del Regno Unito e degli inglesi, ha vissuto per quasi 10 anni a Londra, fino a quando ha capito di voler insegnare per trasmettere questa sua passione. Oggi però, ha deciso di fare lezione in modo diverso. Inizia ad introdurre un argomento di attualità e propone ai suoi studenti di discuterne attraverso un dibattito, il tutto supportato dalla proiezione di video e immagini inerenti al topic sulla LIM.

Inizialmente tutta la classe rivolge all’insegnante uno sguardo pieno di sospetto. Poi, però, decidiamo di metterci in gioco. Si apre un dibattito in lingua che coinvolge tutti, persino i più timidi. Noi ragazzi ci scambiamo idee ed opinioni affrontando l’argomento sotto diversi aspetti.

Suona la campanella, e la prima ora è andata. Che cosa è successo? Non mi era mai capitato di essere quasi deluso da quello squillo.

La seconda e terza ora sono riservate alla Storia dell’arte: è la sfida più grande nonostante sia la mia materia preferita. Adoro l’arte. Il disegno tecnico, però, non fa per me e quindi la professoressa crede io sia un vagabondo. Se solo un giorno trovassi il coraggio di portarle le mie tele…si ricrederebbe!

La professoressa oltre che insegnante è un’appassionata scultrice, pittrice, artista. Oggi interrogherà, ma decide di farlo diversamente dal suo solito. Ci porta nell’aula magna e, tra i banchi storici dell’istituto, il passato accoglie il futuro.  Proietta sulla lavagna interattiva le stanze del museo del Louvre, che con un programma apposito si palesa davanti ai nostri occhi sbalorditi. È incredibile come la tecnologia possa letteralmente “far vivere” la bellezza che, accompagnata dalle parole dell’insegnante, si avvicina e ci travolge.

Strano pensarlo ma quelle due ore insormontabili sono, purtroppo, finite

Prima che la campana faccia scoccare la quarta ora,  comincio ad interrogarmi su questa giornata: che la scuola, con il giusto approccio, possa divenire davvero uno strumento propositivo per il futuro di ognuno?

Quarta ora matematica; o per meglio dire…“enigmatica”, proprio come l’ho sempre chiamata.

Eccolo arrivare, un vero e proprio genio il nostro professore! È talmente ossessionato da calcoli e numeri che per sbloccare il telefono non deve inserire un codice, ma risolvere ogni volta un’equazione. Mi piacerebbe capirlo ma sovente ci si mette davvero di impegno perché nessuno lo faccia. Oggi, però, voglio fare uno sforzo ulteriore, forse è vero che “non mi applico abbastanza”, come dice sempre.

L’insegnante si alza in piedi, divide in la classe in gruppi e ci propone una sfida: risolvere 5 quesiti in un’ ora.

Dopo un primo momento di disorientamento generale decidiamo di accettare la sfida. Nel mio  gruppo tutti iniziano a collaborare come una vera squadra e piano piano persino io riesco ad apportare il mio contributo. Non ho mai apprezzato tanto i miei compagni di classe, oggi, però, sto scoprendo nuovi lati di loro: che lavorare insieme possa aiutarci di più che correre ognuno per sé come ci hanno sempre insegnato?

Consegniamo i risultati al prof. che, con un cenno di assenso, ci proclama vincitori. Questo giorno sta davvero prendendo la giusta piega!

Alla quinta ora è la volta di letteratura italiana. La prof. è veramente “un personaggio”. Ama la sua materia a tal punto da offrire ogni anno a tutti i suoi alunni un “caffè letterario”, cogliendo l’occasione così per parlare di libri e per confrontarsi su diversi argomenti.

L’ ho sempre visto come un perdita di tempo (infatti, ogni anno devo riflettere su una scusa diversa per evitarlo).

Entra in classe, poggia la borsa ed inizia a spiegare la poetica di Giacomo Leopardi, lasciando trapelare la voglia di trasmettere a noi , il suo giovane uditorio, la sua grande passione per la poesia e per la letteratura. L’infinito, il vago, l’indeterminato e il naufragar dolce in questo mare, così la mente di noi ragazzi viaggia, fino a quando, in modo inaspettatamente spontaneo, l’insegnante passa la parola a noi chiedendo ad ognuno di scrivere su di un foglio la propria idea di infinito.

Ho avuto bisogno di tempo per scrivere il mio. Di solito non amo scrivere, ma visto che oggi il mondo sembra essere sottosopra faccio anche questo. E con piacere. Credo basti saper porre le domande giuste, per lasciare che gli studenti sappiano dare risposte.

Tutti lasciano il loro pensiero sulla cattedra e uno alla volta la professoressa li inizia a leggere. In modo molto naturale nasce una discussione, in cui ognuno di noi si esprime. Dopo l’ora di matematica, ancora meglio impariamo a (ri)conoscerci. Una cosa che, in classe, ci dimentichiamo sempre di fare.

Ci interrompe la campanella. Ma come?! Sono già passate 5 ore.

Esco da scuola e in sella alla mia bici mi dirigo assorto verso casa. Penso a come oggi sia stato più semplice seguire con interesse tutte le lezioni grazie a piccoli cambiamenti e nuove metodologie che mi hanno saputo stimolare.

Per non parlare di quello che è successo durante le ultime due ore: non mi ero mai sentito così, ero lì, chiamato ad ascoltarmi e ad ascoltare gli altri, è stato molto importante. È vero, la scuola non ci conosce abbastanza, ma a volte ci dimentichiamo noi di conoscere noi stessi.

Non avevo mai pensato a quei banchi e a quelle sedie come a qualcosa da cui potesse dipendere la mia stessa persona. Il mio futuro. Non avevo mai pensato a quei libri come le armi più potenti per abbattere gli ostacoli che mi troverò davanti ogni giorno, un domani. Soprattutto, non avevo mai riflettuto sul fatto che, inoltre, la scuola fosse fatta soprattutto di persone e della loro energia.

Con questa consapevolezza chiudo il portone di casa. Da domani alla loro, si aggiungerà anche la mia energia. E non sarà più la stessa cosa.

E se domani, invece che leggere, vivessi tu questa storia? Hai mai pensato a quanto poco basti per cambiare il mondo della scuola?

Sono tanti i ragazzi che oggi, tra quei banchi non riescono a mettersi in gioco. Vuoi perché la scuola non sa conoscerli davvero, vuoi perché nessuno gli ha mai insegnato a conoscersi davvero.

Confrontarsi, rendere i ragazzi protagonisti responsabili e non semplici clienti di un’offerta, non semplici contenitori di contenuti…bastano gli stimoli giusti perché quei banchi diventino consapevoli strumenti di futuro. Di speranza.

Abbiamo voluto raccontare una giornata di un ragazzo qualunque, non ha un nome, un cognome o delle radici. È un esperimento puramente e volutamente provocatorio che sottolinea come pensare ad una scuola diversa, possa migliorare positivamente anche le giornate di chi più che rivendicare il suo diritto allo studio, rivendica quello al sonno.

Abbiamo lasciato che le parole camminassero quasi da sole. Perché possa ogni ragazzo che un domani dovrà sedersi tra quei banchi, prendere il suo foglio bianco e scrivere la sua storia.

Redazione