Luglio, sono appena terminati gli esami ma non le polemiche sulla nuova maturità. Tra gli aspetti più discussi della riforma troviamo l’introduzione nella prova orale di domande su cittadinanza e costituzione; domande a cui, da cittadini, dovremmo essere più che pronti a rispondere.
È stato davvero così?
Finalmente è stata data la giusta importanza alla cittadinanza come materia da trattare nelle classi del nostro Bel Paese, ma in questa occasione noi abitanti ci siamo anche tristemente resi conto dell’ignoranza che regna su questo argomento, al punto da rendere necessaria una riflessione sul tema.

Quanto valore diamo all’essere cittadini italiani?

La bellezza delle parole sta in questo: sintetizzare una serie di emozioni, farle proprie. Le parole sanno raccontare storie, brividi, volti, burocrazia, eroismo e tanti, tanti dibattiti che durano anni. Quelle parole, quelle prime tre parole non fanno altro che prendersi sulle spalle tutto questo: il brivido che ci regalano le bandiere che tronfie danzano su Piazza Venezia; l’orgoglio per la nostra Storia, i nostri artisti, le nostre penne, le donne e gli uomini che prima di noi hanno saputo, addirittura, costruire un cuore italiano.

È difficile trovare una parola che sia imbevuta così tanto di uomo come cittadinanza. Ed essendo un concetto umano (troppo umano), da tale è rimasto sempre invischiato nello sterile, da qualche anno ormai, dibattere della politica.

In un momento storico particolare come quello di cui siamo protagonisti, dove le migrazioni e le insicurezze crescono in maniera vertiginosa, il tema del riconoscimento della cittadinanza è stato abbassato ad arma acchiappa-voti.

Ma siamo sicuri di aver davvero analizzato il tema in tutta la sua complessità?

Quando siamo davvero cittadini?

Chi può davvero dire di essere un cittadino italiano?

La legge oggi porta con sé norme e burocrazia che delineano il modo di ottenere la cittadinanza italiana: ma perché un ragazzino nato da genitori stranieri residenti in Italia da tantissimi anni, dovrebbe essere meno italiano di chi, contratto matrimonio in Italia, va a vivere all’estero? (si ricordi, ad esempio, il dibattito scaturito dagli eventi di San Donato Milanese)

Discutere di cittadinanza non è esercizio banale: significa interrogarsi periodicamente sui parametri che ci rendono realmente cittadini e ridiscutere il peso relativo di ognuno di essi. Significa soprattutto, ripensarsi giornalmente come individui e come membri di una comunità. Non può essere e non deve essere tutto limitato a semplici procedimenti amministrativi o elettronici.

Il dibattito politico e sociale si è molto spesso concentrato sull’inserimento all’interno del piano normativo italiano dello Ius soli, rivelatosi essere un tema freddamente accolto dall’opinione pubblica. Ed è giusto che sia così, cittadinanza è cosa seria e non può ridursi tutto al nascere sul suolo italiano o meno. Il concetto di nazione o patria, la cui difesa per la Costituzione è sacra, non può e non potrà mai essere semplificato mediante il mero utilizzo della geografia.

Tuttavia, lo Ius sanguinis, ovvero il diritto naturale di cittadinanza perché figli di cittadini italiani, non è esso stesso semplificazione? È errato ritenere la propria cittadinanza un diritto acquisito, sarebbe più giusto essa fosse intesa come un merito o una medaglia da onorare giorno per giorno.

Non è solo questione di diritti, ma soprattutto di doveri. Doveri verso la propria bandiera e la propria comunità. Non basta il colore della pelle, una lingua o una religione per rivendicare di essere cittadini italiani: servirebbe ricalibrare il peso di queste parole.

Chi preferisce mantenersi comodo sul divano, invece che votare, non è cittadino italiano.

Chi fugge dalle regole e nuota nel clientelismo non è un vero cittadino.

Chi schernisce questo Paese, invece di mettersi in prima linea per (ri)metterlo in sesto non è un vero italiano.

Chi non rispetta, o non conosce, la Costituzione del nostro Paese è tanto estraneo alla nostra Nazione quanto uno straniero.

Chi ogni giorno non si impegna per rendere le cose migliori di come le ha trovate, non è davvero cittadino.

La cittadinanza italiana non è un biglietto del luna park, ma si conquista, queste le parole con cui il Ministro dell’Interno sedava il dibattito riapertosi sempre in seguito ai fatti di San Donato .

Dovrebbe, però, conquistarsi giorno per giorno.

Questa società ha bisogno di innamorarsi di nuovo del nostro Paese, della nostra cultura e tornare ad essere cittadini: assorbire come spugne valori positivi come la responsabilità e la consapevolezza di avere dei doveri, il più grande imperativo della democrazia.

Bene reinserire cittadinanza attiva a scuola, così come renderla materia di colloquio: ma facciamolo bene e per davvero. Dovrebbe essere disciplina fondamentale e non accessoria del monte ore scolastico, di ogni grado d’istruzione.
Coinvolgiamo i giovani nella politica, riattiviamo le coscienze e riconsegniamo gli strumenti necessari perché ogni cittadino possa portare avanti una propria visione di società.

Solo mettendoci in gioco possiamo rivendicare di essere cittadini. Altrimenti, siamo tutti al luna park.

Emilio Siciliano