«E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento»

Salvatore Quasimodo

Cosa possono o devono fare le parole di fronte al dolore?

Non è una domanda retorica. Non è una domanda a cui trovare una risposta è facile. I versi di Salvatore Quasimodo raccontano uno dei periodi più oscuri della nostra storia: gli anni che vanno dal 1943 al 1945. L’Italia è un groviglio di sangue e proiettili. La letteratura di fronte alla guerra ha reazioni contrastanti. Il più grande strumento di denuncia e resistenza di cui l’uomo è stato in possesso si è mortificato davanti al dolore in quegli anni. Rimanendo senza fiato ed energia. Rimanendo muto.

Alle fronde dei salici è una delle poesie più conosciute di Quasimodo. Sarà per quell’urlo nero che tutti i manuali prendono a prestito per spiegare la figura retorica della sinestesia. La sinestesia più famosa e atroce della storia della poesia italiana. Il pathos del componimento si concentra ed esplode lì, in due parole. Urlo. Nero. Un dolore cieco, che non vede speranza di ripartenza. Speranza di vivere ancora.

Penso a Bergamo. Sul Financial Times scrivono che le morti rispetto al marzo dello scorso anno sono cresciute del 464%. In Italia, secondo uno studio del British Imperial College, si sono ammalati di Covid-19 in più di 10 milioni. I dati ufficiali dicono 27 mila anime. E sempre secondo il Financial Times ne sono morti il 60% in più.

Il dolore ora è davvero cieco. Non sono concessi i funerali. Le persone muoiono da sole senza poter rivedere i propri cari, attaccate a degli aggeggi che un bambino potrebbe definire maschere da sub. E invece sono respiratori.

I medici con le lacrime agli occhi promettono agli anziani che “si sveglieranno guariti”. Ma non si svegliano più. Morti da soli. Intrappolati in delle “maschere da sub”. Senza fiato, pronti a volare via nel vento, cremati perché non c’è più spazio. Corrado Augias su Repubblica propone un giorno per ricordarli, tutti. Lo seguo e lo appoggio.

Cosa dovrebbe fare il pensiero davanti al dolore?

La risposta non è scontata. Perché un dibattito di fronte al dolore deve essere opportuno, adeguato, rispettoso. Danzare in punta di piedi e non offendere lo strazio. Le penne italiane, una fra tante quella ermetica, venivano criticate per farlo forse sin troppo. Educate a tal punto da risultare ignave.

L’educazione del e al dibattito è una di quelle tante cose che il tempo ha pian piano sbiadito. L’educazione della e alla critica, costruttiva e non tout court, è una di quelle tante cose che il tempo ha devastato.

La capacità di pensiero italiana in questi giorni è stata francamente imbarazzante, indecorosa per un Paese nobile come il nostro. Un dibattito feroce che ha messo il piede sul dolore: oggi (ndr Giovedì 30 Aprile) La Verità titola “Le balle per tenerci agli arresti”.

Balle che allego, in foto. Perché solo la crudezza può rispondere all’infamia.

La tanto vociferata Fase 2 partirà il 4 Maggio.

Qualcuno l’ha chiamata Fase 1 e mezzo e anche meno. Tante domande e poche risposte, è vero, con lo scudo di una verità dolorosa e lancinante. L’Italia non è pronta a ripartire, i numeri sono ancora alti, muoiono ancora in troppi. Una verità nuda, spoglia.

Il peggior scenario prospettato dal Comitato tecnico scientifico prevede che 151 mila persone entro giugno potrebbero aver bisogno della maschera da sub per respirare. I posti in terapia intensiva in Italia sono 16 volte meno. Una carneficina che si vuole evitare in ogni modo imperniando le scelte della parola sacrificio. Estremo sacrificio.

Si potrebbe chiedere a questo governo di far camminare di pari passo prospettiva e verità per quanto queste ora sembrino dicotomiche? Sì, anzi si deve aggiungo. E non perché siamo indietro rispetto ad altri, ma perché l’Italia è stata leader delle misure prese a tutela della vita umana, e deve continuare a essere leader nella ripartenza.

È stata una scelta difficile quella di proteggere la vita dinnanzi a un’economia in caduta libera, che forse ucciderà quanto e più di un virus.

Ma i messaggi contano. Non si tratta di quanti sono caduti e quanti cadranno. Si tratta di dare dignità:

A San Paolo hanno scavato le fosse comuni nella foresta, basta che ad andare avanti siano i commercianti.

Negli Stati Uniti hanno caricato i corpi sui pick-up, tanto basta iniettarsi del disinfettante.

Parigi ha lasciato che si svolgessero le elezioni amministrative a Marzo lasciando che in nome della democrazia la Francia diventasse il paese d’Europa con il più alto tasso di contagio per numero di tamponi. Sono state testati 7 abitanti su 100. In Italia più di 4 volte tanto.

È così democratico sacrificare la salute per le libertà personali? Siamo sicuri che un governo che ci tutela sia quello che non ci mette agli arresti domiciliari? Il nostro Paese con le sue scelte drammatiche ha onorato il sacrificio di chi non ce l’ha fatta. E questo non possiamo dimenticarcelo. Dobbiamo, anzi, esserne fieri.

La fierezza, tuttavia, non comporta la stasi del pensiero, il quale deve continuare a interrogarsi e se possibile aiutare gli uomini dell’esecutivo a prendere le giuste decisioni, a preparare il campo per mettere in gioco la giusta strategia. Ma in Italia, di tutte le domande che ci si poteva porre dopo il 26 Aprile, siamo arrivati a chiederci chi sia lo Stato per imporci di vedere un affetto stabile e non occasionale. Una domanda tremendamente inopportuna, esplosa sui social e tristemente anche nelle aule del Parlamento.

In uno tra i primi paesi al mondo per spesa sociale, dove il sistema sanitario è totalmente pubblico, non possono esistere dubbi sul fatto che in situazione di emergenza epidemiologica lo Stato possa limitare la nostra sfera decisionale. Perché se gli ospedali collassassero la responsabilità non sarebbe nostra, che al massimo incolperemmo qualcuno.

Rivedere il ruolo dello Stato in Italia imporrebbe tanti cambiamenti a partire dall’abolizione di tutti quei servizi, quei privilegi sussidiari e gratuiti che sempre riceviamo.

Una democrazia raffinata come quella italiana vizia. Tantissimo. Annebbia il sacrificio necessario per ottenerla. Le generazioni a cui questo grande capolavoro politico è stato semplicemente consegnato tra le mani non conoscono l’etica del sacrificio e della privazione, urlano e strepitano credendo che democrazia sia fare e dire ciò che si vuole, senza proporre, pretendendo e basta sempre di più. Il dibattito sui congiunti scaturisce da questa presunzione.

Pensando a chi prima di noi portava avanti storie d’amore decennali con lettere dal fronte, sorrido. Sorrido di fronte alla vacuità delle nostre parole e dei nostri gesti. Sorrido di fronte alla vacuità che questa crisi, epocale e irreversibile, ha portato alla luce.

Non sono i governi a essere poveri di inventiva. È un sistema che non può inventare perché ha sempre avuto tutto. E quando hai, senza dover sudare, le idee scarseggiano, non sopporti i sacrifici, manchi di ideali. Ci sono tanti termometri di questa febbre vuota e frivola come il nullo livore che trasuda dai giornali, quello strumento che nacque in origine per far circolare le idee dei migliori dalle cui righe oggi si staglia solo maleducazione e non-dibattito.

Ho sentito e ho letto in lungo in largo della mancanza di visione di questo esecutivo, uno dei tanti tentativi italiani di auto-assolverci dalle nostre responsabilità.

Dal 28 Marzo al 28 Aprile in Italia sono stati effettuati 8.048.329 controlli, 271.535 persone sono state sanzionate, 669 sono state denunciate per violazione di quarantena imposta per positività al coronavirus. Numeri esigui in percentuale, ma significativi in valore assoluto in un contesto epidemico che segue leggi esponenziali.

Lamentarsi di uno Stato che ci protegge da noi stessi. È paradossale lamentarsi del sacrificio che ci protegge dal baratro. Questo Paese deve essere diventato allergico al sacrificio.

Cosa ci avevano chiesto in fondo? Di sacrificarci ancora, in nome di un popolo, di una nazione, di un dolore comune, che non ha fatto sconti a nessuno. Quello sì che è democratico, morire senza appello, da ricco o da povero, giovane o vecchio. Possibile che dopo due mesi questo popolo sia così fiacco da lanciarsi in sterili dibattiti sulle stelle cadenti e libertà costituzionali cadute (cadute per proteggerci da un diritto costituzionale) pur di non dirsi la verità?

Nemmeno durante il terrorismo tante deroghe alla carta, ha detto qualcuno. Senatore sono morte 239 mila persone nel mondo e se questa è la nostra tempra è inutile riflettere sulla ripartenza. Perché le ripartenza impongono sacrifici tremendi. Tra le altre cose cito testuale Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale “Chi dice Costituzione violata non sa di che sta parlando”. Professore le confermo che purtroppo in Italia molti non sanno di che parlano.

Questa pandemia ha ucciso un sistema. Un sistema vuoto privo di mete e imperniato sui naviga a vista. Ci sta riportando indietro a quando non avevamo nulla e dovevamo costruire, insieme. E non c’era tempo per scagliarsi gli uni contro gli altri, per far insinuare l’odio tra le ferite brucianti.

La poesia, piuttosto, durante la guerra si fermò. Perché non aveva nulla da dire. Se non abbiamo nulla da dire tacciamo, facciamolo in onore di chi non ha potuto stringere la mano un’ultima volta ai propri figli.

Nella vita il silenzio vale più dei sofismi. Lo dico soprattutto a chi dalla sacra aula del Senato della Repubblica ha usato i morti per dare slancio ad opinioni politiche. Se dobbiamo usare le parole facciamolo per rilanciare questo Paese e un dibattito che sia foriero di speranza e ricostruzione.Non servono dialoghi sui massimi sistemi, serve unità e voglia di traghettare questa Nazione oltre la burrasca, progettando idee di resistenza e reazione. Chiamiamo a bordo le intelligenze migliori, uniamo le migliori energie di questo Paese.

Cominciamo con il farci delle domande. Io, a corredo di questa lunga riflessione, lascio le mie. Nella speranza che altri raccolgano l’invito e scrivano le proprie. Per il nostro futuro.

 

  • “Test, Test, Test”. È un virgolettato dell’OMS di Marzo. Siamo in grado di testare almeno tre quarti della popolazione entro settembre?
  • •    DPI, obbligatori? (Sì!) Riusciamo a distribuirli a tutta la popolazione? Quante terapie intensive abbiamo in mente di mandare a regime? (Palazzo Chigi parla di nuovi 3600 posti entro la fine dell’anno, questo significherebbe aver più che raddoppiato la nostra capacità. Tanta roba. Bravi)
  • Quanti miliardi mettiamo a bilancio per il sostegno ai sistemi sanitari meno preparati all’emergenza? Quanto per infrastrutture sanitarie Covid per evitare nuove bombe epidemiche come quelle scoppiate negli ospedali di qualche parte del paese? (Roma prevede un piano per un nuovo ospedale Covid ogni milione di abitanti. È il giusto criterio?)
  • Che direzione economica vogliamo prendere? Assorbimento del reddito perduto? Serie shock di investimenti? C’è tempo per riforme strutturali? Ieri (ndr Mercoledì 29 Aprile) Jerome Powell, governatore della Federal Reserve, ha lanciato un monito drammatico sul futuro della più grande economia mondiale “The ongoing public health crisis will […] poses considerable risks to the economic outlook over the medium term.”
  • Il Fondo Monetario internazionale ha parlato della più grande depressione economica dal crush di Wall Street del ’29. The Great Lockdown. Il nostro governo che posizione geopolitica occupa? Abbiamo la consapevolezza che l’ultima volta che ci fu uno shock così grande a livello mondiale, in Germania un uomo fece bruciare il Reichstag? Come facciamo tenere la nostra democrazia rispetto a una povertà che dilagherà? Come terremo la testa su rispetto a rigurgiti di pancia?
  • E a livello europeo? MES sì, MES no? Recovery Fund sì, Recovery Fund no? L’utilizzo del MES potrebbe permetterci l’accesso al più potente strumento di cui la BCE è in possesso: l’Outright Monetary Transactions. Molto più potente del PEPP. Il gioco vale la candela?
  • Più che task force su task force come lanciamo una campagna nazionale e internazionale per riunire tutti i contributi del miglior pensiero italiano? Come scrivere un nuovo manifesto di Ventotene nazionale per la ripresa? Come costruiamo un perimetro invisibile di nuove norme che non facciano percepire al cittadino un senso di costante divieto e impossibilità?
  • L’Italia è uno Stato? O un insieme di regioni? La mobilità nazionale ripartirà? Se sì, come? Alcune idee potrebbero essere il contingentamento dei flussi in entrata dalle regioni a rischio e nelle regioni più deboli. Ci servono delle strutture per la quarantena di chi arriva?
  • La privacy è un diritto sacrificabile (non esiste nel nostro ordinamento il diritto alla privacy, la normativa vigente è il GDPR europeo) di fronte a un’emergenza sanitaria di dimensioni quasi belliche? Siamo pronti a farlo?

Emilio Siciliano