All’Italia di domani,

Un giovedì come un altro. Maledetta noiosa routine. Chi corre a Milano tra un tram perso e le lezioni all’università, chi raggiunge il proprio luogo di lavoro e chi come ogni giorno è in corsia a salvare vite.

È un giovedì come un altro anche a Codogno sono pronto a scommetterci.
Mattia è un ragazzo di 38 anni: se ne sono dette e scritte tante, ma a questo punto vale solo questo. Mattia ha 38 anni e una vita davanti e giovedì 20 Febbraio 2020 si presenta in condizioni disperate all’ospedale di Codogno: ha una polmonite terrificante e viene trasferito in terapia intensiva. Sempre quel giovedì, quel maledetto giovedì, di turno in rianimazione c’è Annalisa Malara, anche lei ha 38 anni. La vita quando ci si mette è davvero bastarda.

Avete presente quei momenti in cui si prendono scelte che potrebbero avere conseguenze irreversibili? Sono momenti, istanti sospesi- forse il termine corretto è questo- tra ciò che sarà e ciò che sarebbe potuto essere.
Alle 12.30 di quel giorno maledetto Annalisa Malara cambia la storia delle nostre vite. Davanti a un quadro clinico inspiegabile, fa qualcosa che il protocollo italiano non giustifica. Alle 13 il tampone di Mattia parte per l’ospedale Sacco di Milano.
Passano 7 ore e mezza.
Sospese.
Alle 20.30 arrivano i risultati: l’impossibile è venuto a bussare alle nostre porte, Mattia è affetto da Covid-19.

L’Italia ancora non lo sa.

Cosa stavate facendo quel giovedì sera? Un attimo come tanti in una cittadina di quindicimila anime aveva cambiato le vite di tutti noi. Fa strano no? In un mondo come quello di oggi dove tutti corrono senza guardarsi indietro, nelle retrovie qualcuno aveva accusato il colpo e si era fermato. E così di lì a poco tutti noi, ma nessuno ne era consapevole.

È difficile raccontare quanto succede all’alba del venerdì dopo. L’Italia è un posto diverso. I contagi aumentano, le notizie- anche quelle- corrono. Si cerca il paziente zero, si trovano solo malati. Alla sera c’è già il primo morto. L’Italia sta per impazzire.

Le due settimane successive sono il dipinto della paura. Alle 18 di ogni giorno si fa la conta, tre voci: contagiati, morti, guariti. Dietro quei freddi numeri pronunciati ogni giorno dal capo della Protezione Civile Angelo Borrelli si nasconde il dramma di una nazione a cui il domani non permette di specchiarsi allo stesso modo. 

Il 9 Marzo 2020, sedici giorni dopo quell’alba di dolore, il governo vara le misure più severe dal ’45 ad oggi. Il testo del DPCM che mette in quarantena il nostro Paese trasuda di tragedia, sofferenza. Lagrimevole consapevolezza della furia assassina, matrigna che si è abbattuta sulla nostra Nazione.

L’Italia di questo ultimo mese è un paese mutilato, ferito, quasi oltraggiato. L’invisibile ha messo in isolamento la bellezza e ci ha dichiarato guerra.

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Il più grande peccato di questa generazione era quello di non conoscere abbastanza la sofferenza, quella che aveva temprato i nostri nonni e i nostri bisnonni. Quella sofferenza, quell’incertezza che li aveva dotato di uno spirito da leoni, pronti a tutto pur di prendersi la certezza di poter veder crescere i propri figli, la certezza di vivere in tempi di pace, di poter esercitare i propri diritti. Quel dolore gli aveva insegnato cosa volesse dire la precarietà.

Dopo tanto tempo e superficiale convinzione che tutto fosse un lontano ricordo il passato è tornato. «Siamo in guerra» ha detto il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, in un discorso alla Nazione.

Sì, lo siamo. Alle 12.30 di giovedì 20 Febbraio 2020 è cambiato tutto, per sempre.

Come sarai Italia di domani?

Nelle tragedie c’è sempre uno spiraglio di speranza a cui appigliarsi.

La speranza che l’Italia di domani si sveglierà diversa, consapevole che il modello di vita esasperato che ci ha accompagnato per anni ha fallito al cospetto dell’impeto drammatico della natura. Chissà se ci sveglieremo non più in corsa ma in silenzio. Per apprezzare ciò che abbiamo, in confronto a chi tanto avrà perso. Chissà se ci sveglieremo in un tempo che ridarà importanza al pensiero, ai sentimenti veri, se questo periodo di isolamento forzato ci farà tornare la voglia matta di stare insieme. Chissà se l’Italia di domani sarà più forte, unita, più bella.

Intanto noi siamo qui, sospesi nel limbo tra quello che verrà e l’ora più buia di questa splendida nazione.

Nessuno ci garantisce che l’Italia di domani non sarà altro che un posto più tetro, troppo ferita per rialzarsi.
Nessuno ci garantisce che l’Italia di domani non sarà la culla di un individualismo ancora più feroce e assassino.
Nessuno, soprattutto, ci garantisce che il domani sarà davvero un domani e non uno ieri, che questo 2020 non ci sospinga indietro come i gamberi.

Nessuno può. Il futuro mai come adesso è precario. Dobbiamo, duramente, prenderne coscienza e combattere questa battaglia perché ciò che verrà sia degno. Non è semplice. Siamo abituati a dirci “a domani” come fosse la cosa più naturale di questo mondo, come se andasse tutto come deve andare. Come se ogni attimo avesse sempre lo stesso peso, uno dei tanti infiniti che ci passano davanti.

La precarietà ci indebolirà, alla lunga forse ci sfiancherà. Saremo stanchi, esausti, la fatica ci sopraffarà, penseremo di mollare. A un certo punto vorremo mollare.

Eppure qualcosa mi dice che a un passo dal baratro reagiremo. Reagiremo in ossequio a quell’intimo spirito di sopravvivenza e non rassegnazione che ci accomuna più di ogni altra cosa. Non posso pensare che questo Paese smetterà di lottare dopo aver visto medici e infermieri combattere come dei leoni inferociti per salvare vite umane.
Un appiglio disperato alla social catena leopardiana, uniti contro l’indifferenza della natura matrigna e per un’opportunità di ripartire. Da capo, in un Italia diversa, da ricostruire e ritrovare, che rivaluti la quotidianità e gli dia un valore diverso.

Forse è solo una speranza, o forse anche le battaglie sono un’occasione. Chissà che Hegel non avessero ragione a vedere nel male un motore di rinascita. O per dirla (meglio cantarla) come farebbe De André: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

E se questa guerra può riconsegnarci un’Italia da ricostruire dando suprema importanza al diritto alla vita, alla salute, alla felicità, a vivere le persone dimenticandoci di chi o cosa voleva inserire il diritto al PIL in Costituzione, allora avremo vinto veramente. Insieme se vorranno, da soli se necessario.

Oh Italia, andrà tutto bene. E Italia di domani, tu sarai davvero più bella.
A presto,

Un Italiano
Emilio Siciliano